Il fuoco ha i denti

Stanotte lei, Corè, mi attende. Sono in gondola. Attraverso il canale. Mi avvicino al palazzo. L’odore verde della bassa marea.

Vedo qualcosa di bianco, di lunare. Lei è là, con i suoi denti scintillanti tra le labbra dure.

L’apro, la distendo, la trovo, inginocchiato davanti a lei. Trovo, tra la stoffa sontuosa e metallica, un’altra bocca oscura. E’ calda, quasi bruciante. “Tutta tua”. Il mio cuore si ferma. Il mondo svanisce.

Là dove il mio bacio si è nutrito, il marchio quasi nero delle mie labbra, tu non puoi più cancellarlo.

D’Annunzio, da La figure de cire, Libro segreto

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Quando provai a voltarmi

Bastò un attimo di distrazione

dacchè il nero mi sorrise dentro il fuoco

per scoprirmi delicatezza nuda

ai piedi del tuo sguardo,

ma quando provai a voltarmi

ormai

c’era solo calore che colava,

vertigine che capovolge il cielo in terra.

E mi piantasti in grembo

l’Infinito.

Lunabionda

Eppure

Ogni giorno rassomigli di più al cadavere che un giorno diventerai, eppure ti amo sempre. (Sartre)

Ogni giorno ti scolori come un fantasma impalpabile avvolto nel tuo nero, eppure ti amo sempre.

Ogni giorno il pensiero si stacca dal ricordo come i fiori recisi marciscono su una corona di morti.

Eppure, ti amo. Sempre.

Lunabionda

Ph Laura Makabresku

Il tuo modo d’amare era… – La voce a te dovuta

 A M. La voce a te, e a me dovuta.

Il tuo modo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole e abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.

E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

 

Pedro Salinas, La voce a te dovuta

S-partenza

Non avere nessun rimpianto nel lasciare per sempre una città non tua, traslocando tutto.

Ma solo il rimpianto di una giornata limpida, splendida di freddo e di sole, tra le strade di Bologna. The perfect day, la giornata di perfetta felicità.

Il senso di una pelle tra le dita, il fuoco che divora e che consuma tremendamente di passione e di dolcezza nel nero di uno sguardo, in una piccola stanza di una squallida periferia. Dove tutto era grigio, ma non lui, non l’abisso dei suoi occhi, non il calore del suo abbraccio, non il senso dell’eterno nella carne, dove tutto era grigio ma non noi.

E una scatola vuota di strani dolcetti esotici, un regalo, che non si riesce a buttare via. Ma che butterò. Proprio come un numero di telefono che ormai non serve più, come quello dei morti.
Che stupida razza, quella dei sentimentali.

“Come l’acqua fuggi via, come l’acqua scivoli, senza quasi traccia ormai, come una pioggia caduta su me. Eppure ho pianto di notte, stupidamente, per te. Come l’acqua scivoli via, passione ardente, profumo che va.”

E come salutano i poeti, che vivono solo di passioni e sentimenti, di sensazioni e nostalgie,  i poeti che non vogliono ricordare il disprezzo e la mediocrità, ma solo la propria intima passione, così ti saluto io. Mio ultimo sogno, mia onesta illusione, mio greco preferito, come amavo chiamarti.

αντίο, αγαπη μου, το τελευταίο μου όνειρο, η ειλικρινής μου ψευδαίσθηση.

Lunabionda

Le parole che avrei voluto sentire

Ti amo bambina,
di una febbre sensuale
che mi rugge nel sangue
quando dal primo bacio,
carezzevole sulla guancia fresca,
ti passo sulle labbra,
le serro nelle mie
e ti lambisco la lingua
umida di amore,
libidinosamente,
e scontro i denti forti
nitidi nei miei denti,
e tutti e due mordiamo,
suggiamo senza posa
e una mia mano timida
dalla tua gola fresca
ti scivola sul petto
e si contragge e stringe sopra un seno,
piccolo, cedevole,
molle di amore
come la tua bocca è bagnata.

Questo, bambina,
Non ti fa paura?

Cesare Pavese

Foglie (che solo il cuore vede)

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

 Giorgio Caproni

Gli ultimi versi che gli scrivo

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.
In notti come questa l’ho tenuta tra le braccia.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.
La notte è stellata e lei non è con me.
Io non l’amo più, è vero, ma quanto l’ho amata…
La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.
D’un altro. Sarà d’un altro. Come prima dei miei baci.

E’ così breve l’amore e così lungo l’oblio.
Benchè questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

Neruda

Nell’ora dell’insonnia

La mente vola

nell’ora dell’insonnia

che si sfibra

di mancanze e di fantasmi.

Mi volto sul fianco

la mia schiena tocca ancora

il tuo ventre caldo, accogliente

il tepore del tuo fiato mi sussurra in viso

l’oscena dolcezza

di un mondo che sta per crollare.

Ripeto sottovoce il tuo nome con lentezza

così come facevi con il mio

si crepano le mani cercando carezze sul tuo viso

– sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del tuo caro viso esangue, Lolita mia –

ma il tuo corpo resta introvabile.

Lunabionda