La follia

 

I denti mordono, e  i morsi non guariscono mai.

 

Sono andata a cercarlo nella notte, spinta solo dal vento insfidabile della mia solenne oltremisura, e sono arrivata lì, dov’era lui… Lui e nessun altro.
Nel suo sguardo espressioni confuse… e nel mio stomaco un groviglio indistinto di istinti prepotenti…
Le mie labbra non riuscivano a proferir parola, ma allucinazioni di urla mi facevano scoppiare la testa…
Poi, nell’immobilità, un rincorrersi estenuante di pupille e ciglia abbassate, parole lasciate intendere e pensieri incombenti, fino a che uno sfiorarsi lento, coincidente, l’inevitabile scontro delle mani…
E da lì è stato solo un istigare l’uno i gesti dell’altro, ogni tentativo di celato pudore fatto a pezzi da qualsiasi movimento.
Ho chiuso gli occhi, come se non riuscissero più a sopportare tutta quella vista… La mia pretesa, ora, era solo SENTIRE… Lui era finalmente con me… dentro di me…
E io volevo seppellirmi tutta in quell’odore, mentre tra i sospiri concepivo la sensazione che stavolta avvertivo qualcosa di più profondo della mia intima profondità… stavolta sarei stata capace d’AMORE tutta la vita… per lui… un amore che non avrebbe conosciuto tregua…
Così adesso non sento più niente… ho solo fame e sete di infinite notti come quella, non voglio più surrogati di nessun altro istante possibile, nessun’altra vita…
Ciò che è iniziato non conosce fine… come la sottile ferita di un bisturi nell’anima, e qualunque grido lanci il corpo dopo la struggente opera di una così abile lama, è solo un urlo nel vuoto…
Quella notte sono uscita di casa credendomi pazza… ma la follia l’ho incontrata là fuori. Lei se ne stava laggiù, smisurata, ad aspettarmi dietro quell’angolo (la tua).

Sylvia Pallaracci

Ph Laura Makabresku

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Quel che rimane

La mia testa avvolta nel caldo

del tuo fianco

come una bimba sperduta,

perchè non si perdesse non un’ombra

del tuo fiato divino,

mortifero

come il marchio dei denti,

e non un sussurro tenuto stretto fra le labbra:

Anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del tuo caro viso esangue,

Lolita mia.

E’ buia la notte che passa senza tutta quella pelle tra le dita,

un fiato in cui infilarcisi dentro.

 

Lunabionda

Bologna 2

Bologna era a gennaio “una giornata fredda spaccata dalla luce inaudita, il tuo vestito sempre troppo nero come si conviene all’abito di scena, la bellezza imprevista di un passo troppo svelto per il mio cuore di cristallo, il fuoco che divora, che consuma sotto i portici”.

Bologna è una giornata piovosa spaccata dalla luce livida di luglio, il freddo del dis-amore che mi entra nelle ossa, le stesse strade di allora ripercorse come due estranei, cambiate di luce e di senso, la solitudine del non essere uno che mi spezza dentro mentre sorrido per non deluderti, per non disturbare, e tutte le lacrime che non lascio cadere perchè tu non le veda. Ma in verità, tu non mi vedi. Forse non mi hai mai vista. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.
E così, il cerchio si è chiuso.

Lunabionda 

 

Dicitencello vuje

Dicitencello vuje
Ch’aggio perduto ‘o suonno
E ‘a fantasia
Ch’ ‘a penzo sempe,
Ca nun mm’ ‘a scordo maje
E’ na passione
Cchiù forte ‘e na catena,
Ca me turmenta ll’anema
E nun me fa campá
I giá vulesse sèntere
Ch’è ‘nnammurata ‘e me
‘A voglio bene
‘A voglio bene assaje
Dicitencello vuje
Ca nun mm’ ‘a scordo maje
E’ na passione
Cchiù forte ‘e na catena,
Ca me turmenta ll’anema
E nun me fa campá
Te voglio bene
Te voglio bene assaje
Si’ tu chesta catena
Ca nun se spezza maje
Suonno gentile,
Suspiro mio carnale,
Te cerco comm ‘a ll’aria,
Te voglio pe’ campá

The End – Risparmiami il finale

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra;

fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi:

a sapere dove e a chi dare, a non essere amara.

Risparmiamelo il finale,

quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.

Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione;

non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti;

non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro;

come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula.

Sylvia Plath 

Schiava e regina

Eppur t’ho amato sempre.

Quando il tuo corpo nudo aspetta un cenno,

perchè è poco il tempo e la carne consuma.

Quando ti chiudi crudele nel tuo mondo escluso a tutti

e soprattutto, a me.

Quando l’egoismo mi spezza la tenerezza

lacrima a lacrima.

Quando l’abisso dei tuoi occhi mi trascina a guardarti.

Quando le curve della tua voce si sciolgono

fra le mie dita devote.

Quando sei dolce, quando sei spigolo,

quando sei folle, quando sei avaro,

quando sei tu.

Quando eri bello nella tua animalità mite e selvaggia,

mentre toccavo la riva del tuo dannato eden

e m’entravi dentro come un pugno,

facendomi schiava e regina

inginocchiata innanzi a te

come una santa in attesa del martirio,

eri bellissimo.

Lunabionda

Pornografia

Secondo Facebook il dolore è pornografico, nella sua fotografica nudità di donna.

Quindi lo posto volentieri qui, nel mio “sottobosco segreto”. Dove nessuno giudica e blocca, ma sa ascoltare.

Il dolore è un topo –
sceglie l’intercapedine nel petto
per timido nido  –
ed elude la caccia –

Il dolore è un ladro – rapido nel trasalire –
tende l’orecchio – per cogliere un suono
di quel vasto buio –
che ha trascinato la sua vita – indietro –

Il dolore è un giocoliere – ardito nell’esibirsi –
perché se  esita  – l’occhio per di lì
non colga  i suoi lividi – siano uno o tre –
Il dolore è un buongustaio – moderato nel lusso –

Il dolore migliore non ha lingua  –
prima che parli – bruciatelo in piazza –
le sue ceneri – lo faranno
forse – se rifiutano – come sapere  –
ormai nemmeno la tortura ne caverebbe una sillaba.

La mia Emily Dickinson

Senza nome

“‘A mmerda cchiu a misciti chhiu puzza”. Questo saggio detto popolare non l’ho mai voluto capire, ma perché? Perché io merda non sono e non riesco a concepire che lo si possa essere, che esistano persone così, o che da tale mi si possa trattare. E quindi infine quando arrivi all’abisso della merda non riesci a crederci e ti domandi: ma perché io? Perché questo? Ma possibile che sia veramente così?E invece di risalire finisce che ci affondi dentro.
Sono tutti bravi a parlare, a sputare sentenze e giudizi, sono tutti eroi con la vita degli altri: non dovevi fare questo, non dovevi dire quell’altro, dovevi capire questo, dovevi capire quell’altro. Ma la verità é che nessuno sa niente di quello che succede nella vita degli altri, di quello che hai dentro e che ti devasta.

E nessuno sa come me quanto ti devi vergognare, Vigliacco, Ipocrita, Omme ‘e niente!!!

E che possa cadermi la lingua se ti nomino più: troppa importanza per mezz’uomini senza onore, senza anima, e quindi senza nome.

Lunabionda

Silenziu d’amuri, ca camini intr’a li vini

Silenziu d’amuri ca camini intr’a li vini
Nun è pussibili staccarimi di tia.

Silenziu d’amuri ca camini intr’a li vini
Nun è pussibili staccarimi di tia.

Nun chiangiti, no, albiri d’olivi,
Amuri e beni vengunu di luntanu,
Dilizia amata mia, sciatu di l’alma mia,
Dammi lu cori ca ti dugnu la vita.

Vacanti senza culuri tengu lu senzu
Quanno na mamma si scorda a so’ figghiu,
Tannu mi scordu d’amari a tia
Ti vogghiu beni…