Il sesto senso

Così certe mattine accade di pronunciare il nome degli assenti. Per sentire di nuovo il suono che fa.

Come se quel suono potesse raggiungerli per una strana telepatia, come se quel suono potesse renderli ancora carne e sostanza, come se quel suono potesse dargli ancora il nome dell’amore.

  Μι-χά-λης.
Il sesto senso è il senso di mancanza.

Lunabionda

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La malattia del passato

La malattia del passato
è una condanna che rende uguali
tutti i giorni assolati
a quelle notti violacee
in cui so chiamare ancora solo un nome
per poi ostinatamente ricompormi,
osso ad osso rotto da riassestare,
fingendo di dimenticare
che te amai e cantai sopra tutte le cose
– l’oltremisura dei miei eccessi prontamente incatenata
dal tuo disamore.
Lunabionda

(Leggi) Che io mi chiamavo Marina

Passante, fermati!
Leggi – di ranuncoli e di papaveri
colto un mazzetto –
che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.
Non credere che qui sia una tomba,
che io ti apparirò minacciando…
A me stessa troppo piaceva
ridere quando non si può!
Anch’io esistevo, passante!
Strappa uno stelo selvatico per te
e una bacca – subito dopo.
Niente è più grosso e dolce
d’una fragola di cimitero.
Solo non stare così tetro,
la testa chinata sul petto.
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami…

 Marina Cvetaeva

Dentro il paese della mia anima

…ma davanti a questa sfrenatezza, a questa dismisura di sentimenti e di parole e di attese, davanti all’attesa di un miracolo, gli uomini dentro la vita dei giorni di Marina spesso fuggivano, impauriti, oppure le davano appuntamenti a cui lei mancava per volontà, perché preferiva ‘amare gli assenti’ dentro il paese della sua anima, e attribuire loro anche le qualità che non possedevano: far combaciare l’amore con l’idea dell’amore.

da un articolo sulla Poetessa Marina Cvetaeva

Aria di libertà

 

“Un’anima estranea che svolazza libera dentro la mia e io non mi rinchiudo in me stesso, non la sputo fuori come un nocciolo conficcato in gola.

Al contrario, la inspiro ancora di più e lei si aggrappa al mio corpo, dall’interno…”

Grossman, da Che tu sia per me il coltello

Nuddu m’avi (Ma tu avisti a mia)

Nuddu è di nuddu e nuddu m’avi

Ma m’impristavu a tìa
E ti facisti chiavi e cruci e mala vuci c’abbannìa
Dissiru ca l’amuri è allibbirtari
E m’insirrasti ‘a via,
Ma nuddu m’avi, nuddu m’avi,
nuddu m’avi, nuddu m’avi e nuddu mi patrunìa

Tu raggia c’annorba e ferru spinu
L’aria un si catamìa
E li to manu su deci marteddi e la taliàta ‘na malìa
Tu ca m’annagghi e annivi li pinzeri

E ora lu cielu fussi da me parti
Canciassi l’aria, canciassi li me carti
Vintiassi p’allascariti ‘i mìa
E vintiassi pi sciusciariti via
Fuju ca lu duminiu è nu chiovu finu
Spina di bramusìa

Nuddu è di nuddu e nuddu n’avi
E nuddu m’avi, nuddu m’avi, nuddu m’avi,

Ma tu avisti a mia.

 

Olivia Sellerio

Maledetto Amore

Maledetto Amore.

Senz’amore. D’accordo.
Una vita. Va bene.
Hai scelto tu per me
che non avevo scelta,
tu l’hai decisa la mia sete,
la fame che non mi uccide.

Senz’amore. D’accordo.
Una vita. Va bene.
Dovrò asciugare il bacio nella carta,
gettare le mie rose nel cestino,
andarmene a dormire sopra i chiodi,
ma sto imparando l’arte dei fachiri,
mutando la mia pelle in uno scudo
e mi vesto testuggine, calcare,
scultura nel granito,
indifferente dio
solitario su una guglia.
E sia pietra e marmo
il giorno come la notte
(il cuore, serrato nel torace)
e orgoglio sia
il non aver chiesto nulla,
averne sopportato la fatica,
nascondere il vuoto nella tasca

e tu Amore, promessa di raccolto,
tu sia maledetto,
serpente, anaconda, cobra velenoso.
Ti schiaccerò la testa
sotto al tacco,
menzogna, inganno,
cavallo che t’insinui nelle mura
per il saccheggio e la rapina,
l’incendio delle travi.

Francesco Palmieri

Ph Laura Makabresku

Amore

“L’amore è paziente, 
è benigno l’amore;  non si vanta, non si insuperbisce, 
non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 
L’amore non avrà mai fine.” Paolo di Tarso

 

Amore è scoprire le tue debolezze

e trovarle squisite appena mi sorridi,

e in quella luce dimenticare tutto.

Di quando sei brusco

di quando sei ruvido

di quando sei odioso

di quando sei vile

di quando sei folle

di quando vivi per Lei e niente mai per me farai

di quando sei noia, Narciso,

di quando sei dyskolos, come amavi dire,

di quando non scrivi una sillaba se non grazie, stammi bene

(ho altro da fare, la mia arte mi aspetta e tu non sei nulla)

di quando sei carne che accieca di bellezza

di quando sei brutto nel tuo cieco egoismo

di quando sei luna

di quando sei sole

di quando sei tenero

di quando sei atroce

di quando ti vesti in nero come si addice all’abito di scena

 – ti dona il nero, s’intona a occhi di fuoco –

di quando ti piace l’arancio dell’accappatoio

di quando mi stringi la testa fra le mani mentre piango e dici

Ale, non fare così,

senza capire mai quanto dolore c’è dietro quel pianto,

senza capire mai quanto amore trema dietro i miei deliri,

di quando mi dici dai, stiamo un po’ così,

e nei tuoi occhi belli

mentre stiamo nudi sdraiati in quell’ultima ora

finalmente io ti rivedo.

Sei sempre Tu, mi guardi come mi guardasti allora,

prima che cantasse il gallo e te ne andassi via,

nudo di onore e di grazia,

lontano da qui, lontano da me,

in stanze chiuse a chiave per l’amore

ma sempre aperte a tutti gli uragani.

Ora sono vuote, le mie mani.

Lunabionda

 

 

La follia

 

I denti mordono, e  i morsi non guariscono mai.

 

Sono andata a cercarlo nella notte, spinta solo dal vento insfidabile della mia solenne oltremisura, e sono arrivata lì, dov’era lui… Lui e nessun altro.
Nel suo sguardo espressioni confuse… e nel mio stomaco un groviglio indistinto di istinti prepotenti…
Le mie labbra non riuscivano a proferir parola, ma allucinazioni di urla mi facevano scoppiare la testa…
Poi, nell’immobilità, un rincorrersi estenuante di pupille e ciglia abbassate, parole lasciate intendere e pensieri incombenti, fino a che uno sfiorarsi lento, coincidente, l’inevitabile scontro delle mani…
E da lì è stato solo un istigare l’uno i gesti dell’altro, ogni tentativo di celato pudore fatto a pezzi da qualsiasi movimento.
Ho chiuso gli occhi, come se non riuscissero più a sopportare tutta quella vista… La mia pretesa, ora, era solo SENTIRE… Lui era finalmente con me… dentro di me…
E io volevo seppellirmi tutta in quell’odore, mentre tra i sospiri concepivo la sensazione che stavolta avvertivo qualcosa di più profondo della mia intima profondità… stavolta sarei stata capace d’AMORE tutta la vita… per lui… un amore che non avrebbe conosciuto tregua…
Così adesso non sento più niente… ho solo fame e sete di infinite notti come quella, non voglio più surrogati di nessun altro istante possibile, nessun’altra vita…
Ciò che è iniziato non conosce fine… come la sottile ferita di un bisturi nell’anima, e qualunque grido lanci il corpo dopo la struggente opera di una così abile lama, è solo un urlo nel vuoto…
Quella notte sono uscita di casa credendomi pazza… ma la follia l’ho incontrata là fuori. Lei se ne stava laggiù, smisurata, ad aspettarmi dietro quell’angolo (la tua).

Sylvia Pallaracci

Ph Laura Makabresku

Quel che rimane

La mia testa avvolta nel caldo

del tuo fianco

come una bimba sperduta,

perchè non si perdesse non un’ombra

del tuo fiato divino,

mortifero

come il marchio dei denti,

e non un sussurro tenuto stretto fra le labbra:

Anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del tuo caro viso esangue,

Lolita mia.

E’ buia la notte che passa senza tutta quella pelle tra le dita,

un fiato in cui infilarcisi dentro.

 

Lunabionda