Le parole che avrei voluto sentire

Ti amo bambina,
di una febbre sensuale
che mi rugge nel sangue
quando dal primo bacio,
carezzevole sulla guancia fresca,
ti passo sulle labbra,
le serro nelle mie
e ti lambisco la lingua
umida di amore,
libidinosamente,
e scontro i denti forti
nitidi nei miei denti,
e tutti e due mordiamo,
suggiamo senza posa
e una mia mano timida
dalla tua gola fresca
ti scivola sul petto
e si contragge e stringe sopra un seno,
piccolo, cedevole,
molle di amore
come la tua bocca è bagnata.

Questo, bambina,
Non ti fa paura?

Cesare Pavese

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Quello che ho dentro

Mio Lou mio cuore mia adorata
Darei dieci anni e più
Per i tuoi capelli d’oro
Per i tuoi sguardi vaghi
Per il tuo caro vello ambrato

Nella camera di voluttà
Ove ti farò visita a Nìmes
Mentre prenderemo il the
In quelle poche ore d’intimità
Come m’abbellirà la tua bellezza

Leggeremo sullo stesso letto
Nel libro del tuo stesso corpo
– È un libro che si legge a letto –
Leggeremo la poesia meravigliosa
Delle grazie del tuo splendido corpo
Passeremo dolci domeniche
Più dolci di quanto lo sia il cioccolato
Giocando tutti e due al gioco delle anche
A sera sarò a pezzi
Tu sarai pallida con le labbra bianche

Un mese dopo tu partirai
Scenderà la notte sulla terra
Invano tenderò verso di te le braccia
Maga di mistero
Mia Circe sparirai

Dove te ne andrai tesoro mio
A Parigi in Svizzera oppure
Sull’orlo della mia malinconia
Questo mediterraneo flusso
Che mai mai si dimentica
Guillaume Apollinaire, da Réverie sur ta venue

Oltre

La dismisura delle tue mani

è stata il mio luogo benedetto.

Oltre lo spazio-tempo,

oltre la Terra,

oltre la carne tatuata che porta ancora ogni tuo segno,

oltre la passione;

dove ogni gesto si è fatto devozione,

ed il mio nome

una preghiera da ripetere in purezza e ardore,

quando anche la tua anima era nuda.

Cerco l’altrove perduto,

e ti ripenso oltre la pelle e le parole.

La sera si tinge di fonda dolcezza,

lentamente sanguinando.

Lunabionda

 

In-decenza

Così vorrei, una notte,
quando suona l’ora dei piaceri,
avvicinarmi strisciando
ai tesori della tua persona

per punirti la carne piena di vita,
schiacciarti il seno, senza ira,
e nel tuo fianco stupefatto aprire
un’ampia e profonda ferita

e poi -vertigine dolcissima! – attraverso quelle labbra nuove,
più sconvolgenti e più belle,

infonderti
il mio veleno, sorella!

Baudelaire

Le nove porte

Sogno d’averti notte e giorno fra le braccia
odoro la tua anima che sa di lillà
Oh porte del tuo corpo
sono nove e le ho aperte tutte
oh porte del tuo corpo
sono nove e per me si son tutte richiuse
Alla prima porta
la Chiara Ragione è morta
fu ti ricordi il primo giorno a Nizza
il tuo occhio di sinistra scivola come una biscia
fino al mio cuore
e ancora si riapra la porta del tuo sguardo di sinistra
Alla seconda porta
tutta la mia forza è morta
fu ti ricordi in una locanda a Cagnes
il tuo occhio di destra palpitava come il mio cuore
le tue palpebre battono come batte la brezza un fiore
e ancora si riapra la porta del tuo sguardo di destra
Alla terza porta
ascolta batter l’aorta
e tutte le mie arterie gonfie soltanto del tuo amore
e ancora si riapra la porta del tuo orecchio di sinistraAlla quarta porta
ogni primavera mi scorta
e teso l’orecchio ascolta dal bel bosco
salire questa canzone d’amore e di nidi
così triste per i soldati in guerra
e ancora si riapra la porta del tuo orecchio di destraAlla quinta porta
è la mia vita che ti regalo
fu ti ricordi in treno di ritorno da Grasse
e nell’ombra vicino vicino pian piano
la bocca tua mi diceva
parole di dannazione così perverse e tenere
ch’io mi domando o mia anima ferita
come allora potei senza morire udirle
o parole così dolci così forti che quando ci penso mi sembra di toccarle
e ancora si apra la porta della tua bocca

Alla sesta porta
la putrida tua gravidanza o Guerra abortisca morta
ecco tutte le primavere in fiore
ecco le cattedrali col loro incenso
ecco le tue ascelle col loro divino odore
e le tue lettere profumate ch’io fiuto
per ore e ore
e ancora si riapra la porta della tua narice di sinistra

Alla settima porta
o profumi del passato che un soffio d’aria trasporta
effluvi salini davano sapor di mare al tuo labbro
odore marino odor d’amore sotto le nostre finestre moriva il mare
e l’odore degli aranci t’avvolgeva d’amore
tutta rannicchiata fra le mie braccia
quieta e dolce e tenera
e ancora si riapra la porta della narice di destra

All’ottava porta
due angeli paffuti vegliano su rose tremanti che sopportano
il cielo delizioso delle tue reni elastiche
ed eccomi armato d’una frusta fatta di raggi di luna
gli amorini incoronati di giacinto arrivano a schiere
e ancora si riapra la porta del tuo sedere

Alla nona porta
bisogna che l’amore stesso ne esca
vita della mia vita
mi unisco a te per l’eternità
e attraverso l’amore perfetto e senza collera
giungeremo nella passione pura o perversa
come meglio si vorrà
a saper tutto a veder tutto a udire tutto
ho rinunziato a me stesso nel segreto profondo del tuo amore
o porta ombrosa o porta di vivo corallo
fra le due colonne di perfezione
e ancora si riapra la porta che le tue mani sanno così bene aprire.

E tu nona porta più misteriosa ancora
Che t’apri tra due montagne di perle
Tu più misteriosa ancora delle altre
Porte dei sortilegi di cui non si osa parlare affatto
Anche tu appartieni a me
Suprema porta
A me che porto
La chiave suprema
Delle nove porte
Oh porte apritevi alla mia voce
Io sono il padrone della Chiave.

 Guillaume Apollinaire

Sull’orlo della mia malinconia

Passeremo dolci domeniche
Più dolci di quanto lo sia il cioccolato
Giocando tutti e due al gioco delle anche
A sera sarò a pezzi
Tu sarai pallida con le labbra bianche

Un mese dopo tu partirai
Scenderà la notte sulla terra
Invano tenderò verso di te le braccia
Maga di mistero
Mia Circe sparirai

Dove te ne andrai tesoro mio
A Parigi in Svizzera oppure
Sull’orlo della mia malinconia
Questo mediterraneo flusso
Che mai mai si dimentica
Guillaume Apollinaire

Indecenza

E’ liturgia

sentire che mi sfrangi i capelli ciocca a ciocca

nel buio che profuma solo di follia – la mia

La tua carne non ha odore di nulla

– l’ho annusata bene, come una gatta inquieta –

se non di quella santità dei ceri accesi

messi a scolare goccia a  goccia

– una preghiera di piacere

e di quel sangue vivo che scorre senza freni.

La chiamano indecenza, io la chiamo tutti i toni della passione,

e invece di implorarti quel briciolo di saggezza

rimasto indenne da tutti tuoi anni

ti prego: adesso, continua.

Lunabionda

E mi sei carne

Mentre cala la sera

e trema l’ultima luce del giorno

t’appartengo, m’appartieni.

Il tuo corpo è calore che cola

nella mia terra sterminata,

la voce un gemito rubato all’Eden,

lame affilate le tue dita,

mentre mi precipiti

nell’abisso senza tempo,

aggrappato alle mie viscere

che non hanno confini

come il desiderio di noi,

pura lussuria,

sfrenata dolcezza che ci inghiotte.

E mi sei carne.

Lunabionda

Scon-Sacrazione

Di colpo arriva il temporale, la grandine che violenta il terreno, lo smalto blu che mi si sfalda mentre mi spingi contro il muro di una chiesa di montagna.

E sotto il lago, i boschi, e in mezzo, in quell’anfratto, finestre e grate con catene rosso ruggine che macchiano la mia camicia bianca di vergine impura, il pulsare del sangue mi dà alla testa, mi blocca il peso del tuo corpo e lascio fluire tutto ciò che è fuoco perversione follia, voglio immolarmi sull’altare di questa passione insaziabile come me, come te, che sei simile al fluire del tempo all’infinito, simile al fuoco, all’acqua, al ventre di mia madre.

E ti amo, e ti vorrei sempre conficcato dentro come una croce profana nella carne, come se il tempo fosse sempre fermo e noi, gli unici ad esistere, proprio come su quella chiesa di montagna.

Lunabionda