Il Nero

E’ lungo questo tempo senza fine
il mio cuore senza fine nel tempo.
E’ nero lungo un tempo senza fine
per non morire prima del suo tempo.

Dicevo: Amore mio, vorrei annegare
nell’acqua chiara dei tuoi occhi chiari,
finire finalmente di aspettare
giovani giorni, cari giorni chiari.

Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di me oltre per oltre…

Sta’ zitto, cuore. Taci, anima nera.
Ora so quel che c’era da sapere.
Principio di purpurea primavera?
Quattro colpi di cazzo e ho da godere?

 

Patrizia Valduga

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Tu che non piangi

Tu ca nun chiagne e chiagnere me faie,
tu stanotte addo’staie?
Voglio a’ te’
voglio a’ te’…
chiste’occhie te vonne
nata vota avvede’.

E tutto dorme e io more
e sula ‘a veglia
nun l’aggie vista mai
e tutto dorme.
E tutto dorme e io more
e sula ‘a veglia
e tutte è veglia, ammore,
tu ca nun chiagne e chiagnere me faie

Le conseguenze del dis-amore

E non riesco più a dormire
E non riesco più a stare sveglia
E non so quanti altri psicologi, quante invasioni, quanto
crepacuore ancora
Tutto questo servire a niente di lupi
illuminati per non vedermi meglio
E le tue camicie a fiori
spaesati fra le grucce che dicono
che ti amerei ancora
e che di poesia si muore.

Sylvia Pallaracci

 

Ph Laura Makabresku

From Hell

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.

O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul Paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.

Anna Achmatova

Canzona appassiunata

E MME STO’ ZITTA, SI…
N’albero piccerillo aggiu piantato,
criscènnolo cu pena e cu sudore
Na ventecata giá mme ll’ha spezzato
e tutt”e ffronne cágnano culore
Cadute só’ giá ‘e frutte: e tutte quante,
erano doce, e se só’ fatte amare
Ma ‘o core dice: “Oje giuvinotto amante,
‘e ccose amare, tiénele cchiù care”
E amara comme si’, te voglio bene!
Te voglio bene e tu mme faje murí
Era comm”o canario ‘nnammurato,
stu core che cantaje matina e sera
“Scétate!” – io dico – e nun vò’ stá scetato
e mo, nun canta manco a primmavera!
Chi voglio bene nun mme fa felice:
forse sta ‘ncielo destinato e scritto.
Ma i’ penzo ca nu ditto antico dice:
“Nun se cummanna a ‘o core”. E i’ mme stó’ zitto!
E mme stó’ zitto, sí…te voglio bene
Te voglio bene e tu mme faje murí

Inezie

Così come di un povero bambino
che quando è morto bisogna
in mezzo al pianto pensare
a prender le misure della bara
poi ci si mette d’accordo col fioraio
perché mandi il cuscino
e una bella corona
Rose bianche, narcisi, serenelle,
che cosa si usa mettere
sul carro di un bambino ?
Così m’impegno oggi a cercare
come potrei inviarti
questi ultimi fiori dei miei prati
se in un involto oppure
in una piccola scatola
in modo che non sembrino comprati
in un qualunque negozio
in modo che tu possa riconoscere
le mie mani su loro
in modo che non debbano
sopratutto avvizzire
Così vedi frantumo
me stessa in tante povere
inezie
pietose
se m’impediscono di sentire
che questo è l’ultimo addio
ch’io reco sulle mani il mio
amore morto

Antonia Pozzi

L’amour fou

La frase migliore dell’amour fou è probabilmente questa: “Bugiarda, ladra, puttana! Non capisci che io ora non riesco più a respirare senza di te? “

Perchè all’amour fou non importa quanto si sia stati feriti, ingannati, maltrattati, quanto si sia stati parti o meno in un inconsapevole melodramma in cui “siamo attori, recitiamo parti, non sappiamo fare altro”. Lui, l’amore pazzo, vuole solo l’oggetto del suo amore, che fosse più o meno vero o finto, e vuole solo l’oggetto della sua bruciante passione.

Bugiardo… ipocrita… Non capisci che io adesso non riesco più a stare senza di te?

 

Anima assente

Al mio ultimo Amore. (Μου λείπεις αγαπητή μου)

Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.
Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d’arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l’arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte depose le uova nella ferita
alle cinque della sera.

Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.

Non voglio vederlo!
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.

Non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Ditelo ai gelsomini
con il loro piccolo bianco!

Non voglio vederlo!

La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.

No.
Non voglio vederlo!

Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.

Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.
No.
Io non voglio vederlo!

Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:
la morte l’ha coperto di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,
si riscalda in cima agli allevamenti.

Non ti conosce il toro né il fico,
né i cavalli né le formiche di casa tua.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché tu sei morto per sempre.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Federico Garcia Lorca, Lamento per Ignacio Sanchez Mejias