Di morte lenta

Il cuore muore di morte lenta, perdendo ogni speranza come foglie, finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza, non rimane nulla.
Lei si dipinge il viso per nascondere il viso; i suoi occhi sono acqua profonda.
Non è per una geisha provare sentimenti, non è per una geisha amare. Lei è un’artista del mondo fluttuante, balla, canta, vi intrattiene, tutto quello che volete. Il resto è ombra, il resto è segreto.

da Memorie di una geisha

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Maledetto Amore

Maledetto Amore.

Senz’amore. D’accordo.
Una vita. Va bene.
Hai scelto tu per me
che non avevo scelta,
tu l’hai decisa la mia sete,
la fame che non mi uccide.

Senz’amore. D’accordo.
Una vita. Va bene.
Dovrò asciugare il bacio nella carta,
gettare le mie rose nel cestino,
andarmene a dormire sopra i chiodi,
ma sto imparando l’arte dei fachiri,
mutando la mia pelle in uno scudo
e mi vesto testuggine, calcare,
scultura nel granito,
indifferente dio
solitario su una guglia.
E sia pietra e marmo
il giorno come la notte
(il cuore, serrato nel torace)
e orgoglio sia
il non aver chiesto nulla,
averne sopportato la fatica,
nascondere il vuoto nella tasca

e tu Amore, promessa di raccolto,
tu sia maledetto,
serpente, anaconda, cobra velenoso.
Ti schiaccerò la testa
sotto al tacco,
menzogna, inganno,
cavallo che t’insinui nelle mura
per il saccheggio e la rapina,
l’incendio delle travi.

Francesco Palmieri

Ph Laura Makabresku

Lu malu amuri

Lu Malamuri
ca t’arrivota e annagghia l’ali
Alliscia li penni
e supra ‘a cuda jetta lu sali
Vampa di focu
e comu sciara ti nni cali

Ciatu, sangu di lu me sangu
E stidda, lacrima di lumía
Iu cu lu cori di fangu

Lu malu amuri,
c’ un ti nni fuj, ‘un ti nni scappi,
Arrappa lu cori, antrica li veni,
e passía ‘ntra li rappi
Travía lu senzu,
e l’innucenza, cu n’appi n’appi

Onna allipussa,
scuma c’attigghia ‘a raggia du mari
C’annaca, pigghia,
affunna, isa, lassa affucari
Scuta la brogna
ca la vriogna la fa ammucciari

E iu ‘mpronta di la tua
Tu bistemia d’amuri
E jocu tintu ca disvía
Tu vinnitta d’amuri

E tu, tu ca vulisti a mía
‘Nta ‘na vanedda morta,
E iu ca t’haju vulutu a tía,
Cu la me arma torta.

Olivia Sellerio

E’ questo il giorno

A M, per Sempre.

Un giorno ti scriverò una poesia

per dire la verità che ignorano i poeti

nel loro mondo sommerso

nei loro ideali del cazzo

nel loro ricamare sul nulla.

Ti scriverò per dire che

tu sei Delusione

che tu sei Mediocrità

che tu sei Inganno

che nella tua storia si compie il fallimento dell’uomo e dell’attore

per dirti che sei teatro di pessimo gusto

per dirti che ci vuol coraggio per sfasciare la grazia a una ragazza

e trasformarla in vetro da cui guardarla attraverso

affondare nelle trincee fangose d’amore e di follia

 – prendi una donna trattala male

dille che è molesta, inventati qualcosa,

ti basta poco, un pubblico plaudente e un moncherino d’anima –

e tu quel coraggio ce l’hai.

Un giorno ti scriverò una poesia che dica la verità su me e su te,

ed è questo, il giorno.

Lunabionda

 

 

Miserere senza lacrime

Ma poi ti accorgi che proprio non ce la fai… Tu che ami la Bellezza, che ami creare Bellezza, circondarti di Bellezza, che vivi per la Bellezza, tu ti sei talmente inaridita che oltre al momento non riesci a vedere e a sperare più nulla.
Bisognerebbe inventare una nuova parola per delusione. Una nuova parola per veleno. Una nuova parola per essere un giocattolo. E una nuova parola per disumanità. Sono troppo blande.
“Per dire cosa hai fatto di me, non ho parole. Per dire quel che hai fatto di me, non ho la voce. Fuggo dal giorno, cerco solo la notte.”

Che io possa morire in questo istante se non ti ho amato, ma possa il Diavolo fare una scala delle tue vertebre mentre raccoglie mele nel giardino dell’Inferno.

Lunabionda

La follia

 

I denti mordono, e  i morsi non guariscono mai.

 

Sono andata a cercarlo nella notte, spinta solo dal vento insfidabile della mia solenne oltremisura, e sono arrivata lì, dov’era lui… Lui e nessun altro.
Nel suo sguardo espressioni confuse… e nel mio stomaco un groviglio indistinto di istinti prepotenti…
Le mie labbra non riuscivano a proferir parola, ma allucinazioni di urla mi facevano scoppiare la testa…
Poi, nell’immobilità, un rincorrersi estenuante di pupille e ciglia abbassate, parole lasciate intendere e pensieri incombenti, fino a che uno sfiorarsi lento, coincidente, l’inevitabile scontro delle mani…
E da lì è stato solo un istigare l’uno i gesti dell’altro, ogni tentativo di celato pudore fatto a pezzi da qualsiasi movimento.
Ho chiuso gli occhi, come se non riuscissero più a sopportare tutta quella vista… La mia pretesa, ora, era solo SENTIRE… Lui era finalmente con me… dentro di me…
E io volevo seppellirmi tutta in quell’odore, mentre tra i sospiri concepivo la sensazione che stavolta avvertivo qualcosa di più profondo della mia intima profondità… stavolta sarei stata capace d’AMORE tutta la vita… per lui… un amore che non avrebbe conosciuto tregua…
Così adesso non sento più niente… ho solo fame e sete di infinite notti come quella, non voglio più surrogati di nessun altro istante possibile, nessun’altra vita…
Ciò che è iniziato non conosce fine… come la sottile ferita di un bisturi nell’anima, e qualunque grido lanci il corpo dopo la struggente opera di una così abile lama, è solo un urlo nel vuoto…
Quella notte sono uscita di casa credendomi pazza… ma la follia l’ho incontrata là fuori. Lei se ne stava laggiù, smisurata, ad aspettarmi dietro quell’angolo (la tua).

Sylvia Pallaracci

Ph Laura Makabresku

The End – Risparmiami il finale

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra;

fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi:

a sapere dove e a chi dare, a non essere amara.

Risparmiamelo il finale,

quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.

Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione;

non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti;

non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro;

come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula.

Sylvia Plath 

Pornografia

Secondo Facebook il dolore è pornografico, nella sua fotografica nudità di donna.

Quindi lo posto volentieri qui, nel mio “sottobosco segreto”. Dove nessuno giudica e blocca, ma sa ascoltare.

Il dolore è un topo –
sceglie l’intercapedine nel petto
per timido nido  –
ed elude la caccia –

Il dolore è un ladro – rapido nel trasalire –
tende l’orecchio – per cogliere un suono
di quel vasto buio –
che ha trascinato la sua vita – indietro –

Il dolore è un giocoliere – ardito nell’esibirsi –
perché se  esita  – l’occhio per di lì
non colga  i suoi lividi – siano uno o tre –
Il dolore è un buongustaio – moderato nel lusso –

Il dolore migliore non ha lingua  –
prima che parli – bruciatelo in piazza –
le sue ceneri – lo faranno
forse – se rifiutano – come sapere  –
ormai nemmeno la tortura ne caverebbe una sillaba.

La mia Emily Dickinson

Worn out

Thy strong arms are around me, love

My head is on thy breast;

Low words of comfort come from thee

Yet my soul has no rest.

For I am but a starled thing

Nor can I ever be

Aught save a bird whose broken wing

Must fly away from thee.

I cannot give to thee the love

I gave so long ago,

The love that turned and struck me down

Amid the blinding snow.

I can but give a failing heart

And weary eyes of pain,

A fadel mouth that cannot smile

And may not laugh again.

Yet keep thine arms around me, love,

Until I fall to sleep;

Then leave me, saying no goodbye

Lest I make wake, and weep.

 

Le tue forti braccia mi stringono, amore

la mia testa è sul tuo petto;

lievi parole di conforto vengono da te

la mia anima ancora non trova pace.

Poiché non sono che una creatura atterrita

Né altro mai sarò

Salva un uccello, la cui ala spezzata

Deve volare lontano da te.

Non posso darti l’amore

Che ti davo molto tempo fa,

L’amore che si volse e che mi uccise

Tra la neve accecante.

Non posso che donarti un cuore fragile

E occhi afflitti dal dolore

Labbra avvizzite che non sanno sorridere

E non possono più ridere.

Tieni ancora le tue braccia attorno a me, amore,

fino a quando mi addormenterò;

poi abbandonami senza salutarmi,

perchè io non mi svegli e pianga.

Elizabeth Siddal  (Musa dei Preraffaelliti)