Come una corda

È come se avessi una corda da qualche parte qui nel petto, a sinistra, legata stretta a una corda simile che si trova dentro di te, nello stesso punto.

E se il mare burrascoso e le duecento miglia e più di terra venissero davvero a trovarsi tra noi, ho paura che questa corda che ci unisce possa spezzarsi. In quel caso, non farei che sanguinare dentro di me.

Jane, strana creatura, quasi ultraterrena, ti amo come la mia stessa carne.

 Charlotte Bronte,  Jane Eyre

Ninfa

E non amarmi allora
Te ne prego,
Se nell’avvicinarti al tronco
Sottile corteccia
Rapide scivolano
Sanguinando
Le tue mani,
Quando non ami più
La me che sono
Ma quel riflesso della negazione
Di tutto ciò che il mondo rappresenta,
Alba malata
Di chi mai volle guarire da se stesso.
Lunabionda

Amore ed ombra

Terribile Bebè,
mi piacciono le sue lettere, che sono dolci dolci, e mi piace Lei, che è pure dolce dolce. E’ un bonbon, ed è vespa, ed è miele, che è delle api e non delle vespe, e tutto va bene, e deve scrivermi sempre, anche se io non scrivo, che è per sempre, e io sono triste, e sono matto, e nessuno mi vuol bene, e perché dovrebbero volermene, proprio così, e siamo daccapo, e credo proprio che oggi le telefono, e vorrei baciarla sulla bocca, con passione e ghiottoneria e mangiare i bacini che vi sono nascosti, e poggiarmi sulla sua spalla e arrivare alla tenerezza dei colombi, e chiederle scusa, ma scusa per finzione, e ricominciare molte volte, e come mai la piccola Ophélia può amare un mascalzone come il sottoscritto e un villano e un porco e un individuo con la faccia da gasista e con l’aspetto di chi non è qui, ma nel cesso della casa accanto, proprio così, e ora la smetto perché sono matto, e lo sono sempre stato di natura, che è come dire dalla nascita, e mi piacerebbe che tu, Bebè, fossi una bambola, e io farei come un bambino, ti spoglierei, e il foglio finisce qui e pare impossibile che tutto questo sia stato scritto da un essere umano, invece l’ho scritto io…

Fernando Pessoa, lettera a Ophélia 

La via dell’Averno

Ogni volta che ci incontriamo
studio l’incanto per portarti via
ma ogni volta
ti giri su te stessa
e fai ritorno al tuo confortevole Averno
Euridice che per ripetere i tuoi passi
non hai bisogno
della dabbenaggine di Orfeo.

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke

Francesco

Vorrei un figlio da te che sia una spada
lucente, come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue e che risolva
più quietamente questa nostra sete.
Ah, se t’amo, lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo
e fiorita son tutta e d’ogni velo
vo scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.
Ma il mio cuore, trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo.
E perciò dammi un figlio delicato,
un bellissimo, vergine viticcio
da allacciare al mio tronco, e tu, possente
olmo, tu padre ricco d’ogni forza pura
mieterai liete ombre alle mie luci.

Alda Merini

Ph Laura Makabresku

 

A gentile richiesta

Che dolore l’amore!
ho visto un sacco di tipi ridursi come mosche
d’inverno, come flaconi crepati, come gomme da masticare masticate:
e io
(io che ho gridato, una volta: questa volta non mi freghi più), che mi sono
strappato mani e piedi (nemmeno fossero stati guanti e ciabatte, guarda),
sono disposto a sputarti la mia lingua, ancora,
a gentile richiesta.

Edoardo Sanguineti

Monsieur, vous avez mon coeur

Tutto passa, ma nulla si dimentica.


Io sono legata a te, indipendentemente dalla mia volontà (anche se quando ho permesso a me stessa di vivere per te non sapevo che sarei stata ferita, ferita, ferita per l’eternità), e forse adesso so, come non avrei mai saputo se tu mi avessi reso la vita facile e mi avessi concesso di viverti accanto (a qualsiasi condizione al mondo, bastava che fosse con te) – adesso so quanto profondamente, paurosamente e totalmente ti amavo.

Sylvia Plath