Il sesto senso

Così certe mattine accade di pronunciare il nome degli assenti. Per sentire di nuovo il suono che fa.

Come se quel suono potesse raggiungerli per una strana telepatia, come se quel suono potesse renderli ancora carne e sostanza, come se quel suono potesse dargli ancora il nome dell’amore.

  Μι-χά-λης.
Il sesto senso è il senso di mancanza.

Lunabionda

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Strada per un’altra città – e per un altro amore

                                                                                      A

                                                                                 Μιχάλης

Lo so

c’è una parte di me romanticissima che

vuole restare con te

però c’è un’altra parte che sa

che tutto ciò che verrà va catturato di qua

Sono via, sono qui

mi fermo solo un po’

fra un istante sarò

su di un raggio di luce che va

Cosa sono non so

ma so chi non sarò mai

Notti, guai, libertà e la strada per un’altra città

Sono via, sono qui

Mi fermo solo un po’

fra un istante sarò su di un raggio di luce che va

Dove vado non so

ma tu mi troverai

Notti, guai, libertà sulla strada per un’altra città

La malattia del passato

La malattia del passato
è una condanna che rende uguali
tutti i giorni assolati
a quelle notti violacee
in cui so chiamare ancora solo un nome
per poi ostinatamente ricompormi,
osso ad osso rotto da riassestare,
fingendo di dimenticare
che te amai e cantai sopra tutte le cose
– l’oltremisura dei miei eccessi prontamente incatenata
dal tuo disamore.
Lunabionda

(Leggi) Che io mi chiamavo Marina

Passante, fermati!
Leggi – di ranuncoli e di papaveri
colto un mazzetto –
che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.
Non credere che qui sia una tomba,
che io ti apparirò minacciando…
A me stessa troppo piaceva
ridere quando non si può!
Anch’io esistevo, passante!
Strappa uno stelo selvatico per te
e una bacca – subito dopo.
Niente è più grosso e dolce
d’una fragola di cimitero.
Solo non stare così tetro,
la testa chinata sul petto.
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami…

 Marina Cvetaeva

Dentro il paese della mia anima

…ma davanti a questa sfrenatezza, a questa dismisura di sentimenti e di parole e di attese, davanti all’attesa di un miracolo, gli uomini dentro la vita dei giorni di Marina spesso fuggivano, impauriti, oppure le davano appuntamenti a cui lei mancava per volontà, perché preferiva ‘amare gli assenti’ dentro il paese della sua anima, e attribuire loro anche le qualità che non possedevano: far combaciare l’amore con l’idea dell’amore.

da un articolo sulla Poetessa Marina Cvetaeva

Aria di libertà

 

“Un’anima estranea che svolazza libera dentro la mia e io non mi rinchiudo in me stesso, non la sputo fuori come un nocciolo conficcato in gola.

Al contrario, la inspiro ancora di più e lei si aggrappa al mio corpo, dall’interno…”

Grossman, da Che tu sia per me il coltello

Una qualche nuova dolcezza

Voi non mi amate ed io non vi amo.

Pure, qualche dolcezza è ne la nostra vita
da ieri: una dolcezza indefinita
che vela un poco, sembra, le sventure
nostre e le fa, sembra, quasi lontane.

Pure, voi non mi amate ed io non vi amo.
Pure, quando vi chiamo, io non vi chiamo
per nome. E il vostro nome è quel de l’Ave:
nome che pare un balsamo a la bocca.

Conosco il vostro portentoso male;

e il dolore ch’è in voi forse m’attira
più de la vostra bocca e dei capelli

vostri, dei grandi medusèi capelli
bruni come foglie morte
ma vivi e fieri come l’angui attorte
de la Górgone, io temo, se ribelli,
e pieni del terribile mistero.

Dicono che nel folto de le chiome
voi abbiate una ciocca rossa come
una fiamma: nel folto chiusa. È vero?
Io la penso, e la vedo fiammeggiare.

La vedo stranamente fiammeggiare
come un segno fatale. – Oh passione
arsa a quel fuoco! – Tutte le corone
de la terra non possono oscurare
quel segno unico. Voi siete l’Eccelsa.

Chi osa? Chi vi prende? Chi vi tiene?
Siete come una spada senza l’elsa,
pura e lucente, e non brandita mai…

Oh, dove sono giunto! Perché mai
vi dico queste cose? Perdonate
chi sogna.
Il tramonto è una fiamma, e i marinai
cantano da le navi, e odora il mare.

D’Annunzio, da La passeggiata

Di morte lenta

Il cuore muore di morte lenta, perdendo ogni speranza come foglie, finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza, non rimane nulla.
Lei si dipinge il viso per nascondere il viso; i suoi occhi sono acqua profonda.
Non è per una geisha provare sentimenti, non è per una geisha amare. Lei è un’artista del mondo fluttuante, balla, canta, vi intrattiene, tutto quello che volete. Il resto è ombra, il resto è segreto.

da Memorie di una geisha

Nuddu m’avi (Ma tu avisti a mia)

Nuddu è di nuddu e nuddu m’avi

Ma m’impristavu a tìa
E ti facisti chiavi e cruci e mala vuci c’abbannìa
Dissiru ca l’amuri è allibbirtari
E m’insirrasti ‘a via,
Ma nuddu m’avi, nuddu m’avi,
nuddu m’avi, nuddu m’avi e nuddu mi patrunìa

Tu raggia c’annorba e ferru spinu
L’aria un si catamìa
E li to manu su deci marteddi e la taliàta ‘na malìa
Tu ca m’annagghi e annivi li pinzeri

E ora lu cielu fussi da me parti
Canciassi l’aria, canciassi li me carti
Vintiassi p’allascariti ‘i mìa
E vintiassi pi sciusciariti via
Fuju ca lu duminiu è nu chiovu finu
Spina di bramusìa

Nuddu è di nuddu e nuddu n’avi
E nuddu m’avi, nuddu m’avi, nuddu m’avi,

Ma tu avisti a mia.

 

Olivia Sellerio

Maledetto Amore

Maledetto Amore.

Senz’amore. D’accordo.
Una vita. Va bene.
Hai scelto tu per me
che non avevo scelta,
tu l’hai decisa la mia sete,
la fame che non mi uccide.

Senz’amore. D’accordo.
Una vita. Va bene.
Dovrò asciugare il bacio nella carta,
gettare le mie rose nel cestino,
andarmene a dormire sopra i chiodi,
ma sto imparando l’arte dei fachiri,
mutando la mia pelle in uno scudo
e mi vesto testuggine, calcare,
scultura nel granito,
indifferente dio
solitario su una guglia.
E sia pietra e marmo
il giorno come la notte
(il cuore, serrato nel torace)
e orgoglio sia
il non aver chiesto nulla,
averne sopportato la fatica,
nascondere il vuoto nella tasca

e tu Amore, promessa di raccolto,
tu sia maledetto,
serpente, anaconda, cobra velenoso.
Ti schiaccerò la testa
sotto al tacco,
menzogna, inganno,
cavallo che t’insinui nelle mura
per il saccheggio e la rapina,
l’incendio delle travi.

Francesco Palmieri

Ph Laura Makabresku