Eloise

Non avrei esitato, lo sa Dio, a seguirti o ad andare avanti su tua richiesta tra le fiamme dell’inferno. Il mio cuore non era in me ma con te, ed ora, ancora di più, se non è con te allora non è in nessun posto.

Quei piaceri d’amore che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmeno cancellarne il ricordo. Da qualunque parte mi volga mi sono sempre davanti agli occhi con tutta la forza della loro attrazione. Anche quando dormo mi perseguitano le loro illusioni.

Talvolta anche i movimenti del corpo rivelano i pensieri dell’anima ed essi si tradiscono con parole involontarie. Come sono infelice e come ho diritto di ripetere quel lamento di un’anima gemente: ”Me sventurata, chi mi libererà da questo corpo di morte?”

Da Prima lettera di Eloise ad Abelardo

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Quel che rimane

Una maglietta nera appena spiegazzata

il luccichio della sua pelle arsa

nuda nel nudo dei miei occhi

l’acqua che gocciola nel bagno

e lava via l’odore

l’aria stravolta

la fretta di chi va

il bacio di Giuda sulla porta

e tutto il mio sangue a sgocciolare

intero,

lento e spietato

come la sua carne che stringe e che riempie

a mezzogiorno,

di febbraio.

Lunabionda

Certo

Certo, non t’impauriva

la mia smania d’amare

quando eri pronto a succhiarmi l’anima e la pelle

tanto da sentirmi rubata via da me,

e nessun’ altra me

fuori dalla tua bocca.

Certo, avresti dovuto scordare

il dolceamaro succo di un roccioso egoismo

per scoprirti incapace

di vivere il tuo mondo

senza bere goccia a goccia il mio.

Lunabionda

 

Verso sera

Sorseggio le parole dell’assenza
come un rum morbido d’annata,
si arrotolano in bocca, m’impastano la lingua,
e verso sera aspetto, aspetto sempre
che un piccolo miracolo mi cada
tra le quattro mura di casa
intrise di santità e d’ardore.
Sistemo la morale nel primo cassetto del comò,
mi siedo e attendo l’epifania che mi spetta di diritto,
il tutto il niente,
la parola il tatto,
la falce della vita della morte
che mi tagli le dita ad una ad una,
l’odore d’eterno nella carne
troppo spesso lasciata ad appassire
o data in pasto ai cani,
lo scuotimento dei cinque sensi inginocchiati
e anche del sesto e poi di mille in più ancora
ancora ancora…

Lunabionda 

 

 

Chiuso a chiave

E avrei voluto esser per sempre il grido di piacere, l’eterno nella carne, la pelle su cui si incideva la sua smania di vita.

Ma ora non voglio più. Non voglio volere. Ho chiuso tutto bene a chiave in un cassetto.

Lunabionda

Inferno

Avrei tante cose da scrivere, scrivo e cancello, cancello e scrivo.

Cose poco poetiche, cose non da poetessa, cose non da me, che cerco sempre la Bellezza e vivo per essa.

Ma infine, visto che altrove non posso dirlo, devo dire. Pure a questo serve un “sottobosco segreto” come questo.

Come disse un amico, non sopporto nè i violenti nè quelli che si approfittano delle ragazze indifese. Ho 40 anni, ma sono ancora una ragazza indifesa.

Vai all’Inferno, stronzo! E restaci.  Ma non per ora, e non al solito modo mio: proprio nei secoli dei secoli.

 

Alla Poesia

Oggi è la Giornata Internazionale della Poesia. Un’arte troppo spesso ignorata, non letta e dimenticata. La voglio ricordare attraverso tre amatissime, predilette e non abbastanza note Poetesse. Perchè la Poesia spesso è Donna. A partire da Marina, la meno conosciuta delle tre. Musa del Fuoco, e musa mia.

Io non sono fatta per la vita.
In me tutto è incendio!
Io sono una creatura
scorticata a nudo,
e tutti voi
portate una corazza.
Tutti voi avete:
l’arte, la vita sociale,
la famiglia, il dovere,
io,
nel profondo non ho nulla.
Tutto cade come pelle,
e sotto la pelle
carne viva, o fuoco.

Marina Cvetaeva

Quando dal mio buio traboccherai
di schianto
in una cascata
di sangue –
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi
ai cratèri
della luce promessa.

Antonia Pozzi

Osceno e sacro l’amore delibera
stessa sede per sé e per gli escrementi.
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti.

Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.

Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere

Così: una e molteplice, infinita
negli insiemi infiniti della mente,
e cripta di reliquie in morte e in vita,
io solo questo so: che non so niente.

Patrizia Valduga