Mi chinavo (Fotografia di una passione)

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Duena de mi cuerpo,

Signora del mio corpo,

ecncendiame otra vez.

Amame otra vez.”

Mi chinavo in avanti

flessuosa di giunco

sfrontata di voglia

e ti annodavo ai miei fianchi

perché non si perdesse un brivido di pelle,

un grido di piacere,

le mie anche inarcate

fino al punto di spezzarsi

a contenerti tutto.

Ed io volevo sprofondarmi

in quel delirio,

vuoto-pieno in crescendo,

liturgia di oscenità e purezza.

Mi chinavo a guardarti,

i tuoi occhi facevano bagliore

e splendevi come un rogo.

S’ è impigliato in quell’attimo,

un pezzetto di me.

Un pezzetto di te.

Lunabionda (A.)

 

 

 

 

Auto da fé

Ah! Tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.

O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.

Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.

Anna Achmatova

Ritratto

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Questo posto puzza di carne troppo cotta, fettine di manzo grondanti disattenzione.
Ho il vomito in canna, ho fumato troppo e non dormo abbastanza da smaltire i sonniferi.
Una settimana fa a quest’ ora ero tra le sue braccia bugiarde, respiravo il suo profumo doloroso, riempivo l’aria della sua stanza e le lenzuola del suo letto con il mio, il mio profumo e il mio respiro saturavano l’ambiente. Quanto avrei voluto che si scordasse come si respira, volevo che il semplice movimento meccanico ed involontario dei polmoni diventasse impossibile senza di me.
Non era mio, non lo è mai stato.
Adesso invece sono qui e sembrano passati anni, il telefono è vicino a me ed è acceso, la grande città che non è la mia vive e si muove e si contorce sotto i miei piedi, sotto le mie mani, plasma le sue tante storie e stasera anche la mia, forse ridicola, forse volutamente assurda ed impossibile.
Non so perché il telefono è acceso, non so cosa spero, non voglio sperare niente, non voglio credere a niente. Vorrei uscire dalla finestra nel gelo della notte con addosso solo questo stupido pigiama a fiori, arrampicarmi sull’ impalcatura che c’è di fronte alla finestra e mettermi a passeggiare incurante sulle teste altrui. Una settimana fa a quest’ora ero sua, sapevo tutto e fingevo di non sapere, mi lasciavo scopare forte per scacciare via i presagi dallo stomaco.
Adesso sono qui con questi fogli, la sveglia che batte troppo forte le sue ragioni, i pensieri a manetta e questo letto troppo morbido che cigola vecchiaia e non ho lacrime, non ho sorrisi, non ho paure né speranze, né dolori.
E mi chiedo quanto durerà.
Tratto dalla pagina Isola mentale