Quello che ho dentro, part 2

Non vi vedrò mai più nella mia stanza
con tutto l’ardore,
con tutto l’impeto
che mi dimostravate.
Mi sono illusa. I sentimenti che mi tenevano
la testa e il cuore
era solo il piacere a provocarveli
e finivano presto come finiva il piacere…
Avrei dovuto ragionare,
così soltanto avrei calmato l’eccesso della mia passione…
così soltanto avrei previsto i dolori che sto soffrendo.
Qualche volta vi dicevo
“mi renderete infelice”,
ma era un gioco, lo facevo
per essere rassicurata da voi,
e subito mi abbandonavo all’incanto
e alla malafede delle vostre profferte.
Anche adesso, che cosa credete?, io vedo chiaramente
il rimedio ai miei mali. Basterebbe non amarvi più
e sarei subito liberata!
Cosa dite?! Che questo dipende da me?
Sì, la vostra ironia non mi tocca, dipende da me
certamente, e posso dire che mai, neppure
per un solo momento, mi sono augurata
di non amarvi più!
Voi, voi siete più da compiangere che me,
voi, che vi divertite con queste idee,
voi che correte dietro ad amori
che non hanno sapore, vaghi fantasmi
vestiti che ricoprono il nulla,
dame di Francia la cui bellezza
è il nome, la cipria e la parrucca,
non come me
che vi amo profondamente
con tutto il mio essere
di sangue e di passione…
Non invidio la vostra indifferenza,
mi fate pietà!
lo sono più felice di voi,
non avrete pace
se vi accontenterete di piaceri imperfetti
dopo quanto io vi ho donato,
senza confronto nei pallidi amori
della vostra Parigi di morte…

Speravo che le mie lettere non vi fossero mai arrivate.
Così potevo immaginare le vostre reazioni
come volevo io, e siccome voi non rispondevate
vi credevo crudele, pensavo che lo facevate apposta
a non rispondermi.
Ora questa illusione è caduta.
Avete risposto. Come siete banale!
E sapete un’altra cosa?
La vostra banalità mi ha rivelato un segreto
che prima non conoscevo:
non è voi che amo, è la mia passione!
Il vostro comportamento ha reso odiosa la vostra persona,
ma la passione in me è rimasta, al di là della meschinità
che è in voi.
Ma come! Mi avete offerto amicizia,
sincera cordiale deferente amicizia:
ipocrita!
Così, non scrivetemi più: è un ordine,
ed è una supplica.
Questa lettera che vado scrivendo è l’ultima,
l’ultima che riceverete: ditemi di aver provato
un po’ di pena leggendola, vi crederò…
Ma no no, ecco che ricomincia questa storia
di compromissioni infinite,
ecco la lusinga diabolica che mette le sue spire
anche nel ragionamento puro dell’intelligenza:
non voglio, no, non voglio aver più nulla a che fare
con voi, con i vostri scritti, con le vostre false
profferte d’amore, con le vostre giustificazioni
ambigue, con le vostre arti di corruzione…
Quelli che adesso rimangono i dubbi dell’animo,
spero di trasformarli nel tempo in uno stato d’animo
tranquillo. Cercherò di non odiarvi, sarebbe provare
ancora troppo per voi.

Da Lettere di una monaca portoghese

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Diario di Luna, 21

Senti, ci sono un uomo e una donna. Un giorno si incontrano, ma non si trovano. Solo che lei lo ha notato. E anche lui ha notato lei. Lo sanno tutti e due che dovrà succedere. Fanno l’amore, e per una notte intera, si dimenticano di quelle dieci milioni di cose che fanno pensare alla gente: io non amo questa persona, io non desidero questa persona, io non conosco questa persona. E invece, è tutto perfetto, insieme sono perfetti. E non c’è assolutamente niente altro da capire.

Solo che ora lui comincia a dimenticarsi quella notte, e chi lo sa, prima o poi se la dimenticherà anche lei…

Così, potresti trasmettere di nuovo quella canzone, nella speranza che questo sentimento possa durare, e non autodistruggersi?

 

La sposa era in nero

 

“Io sono un killer, un assassino bastardo, tu lo sai. E ci sono delle conseguenze quando spezzi il cuore a un assassino bastardo. La mia reazione è stata così sorprendente?”

“Si, lo è stata. Potevi fare una cosa del genere? Certo che potevi… ma non avrei mai creduto che avresti voluto e potuto farla a me.”

“Mi dispiace molto, Kiddo: ti sei proprio sbagliata.”

 

-Vorrei solo che nulla mai ci separasse, e se una mia parola ti dovesse più tardi dare dispiacere, pensa che sottoterra io provo lo stesso dispiacere, e, per amor mio, perdonami. Vieni… e inginocchiati ancora. Non mi hai mai fatto del male in vita tua. Non vuoi venire di nuovo vicino a me? Vieni… –

Heathcliff si avvicinò alla spalliera della poltrona e vi si appoggiò; ma in modo che lei non potesse vedere il suo viso, livido dall’emozione. Catherine si voltò per guardarlo: lui non gliene lasciò il tempo, e allontanandosi bruscamente si diresse verso il camino, davanti al quale restò in piedi silenzioso, volgendoci le spalle. La signora lo seguiva con uno sguardo sospettoso: ogni suo movimento risvegliava in lei una nuova emozione. Dopo una lunga pausa riprese a parlare, volgendosi a me con un tono di indignata delusione:

– Oh, vedi, Nelly? Non cederebbe un momento, nemmeno per tenermi fuori dalla tomba! Ecco come sono amata! Heathcliff, caro! Non mettere il broncio proprio ora. Vieni! –
Nel suo ardore si alzò, e si appoggiò a un bracciolo della poltrona.
A quell’appello appassionato lui si volse verso Catherine. Per un istante rimasero così, lontani; poi quasi non vidi come si strinsero. Catherine fece un balzo in avanti, lui l’afferrò; e si fusero in un abbraccio dal quale credevo che la mia padrona non sarebbe uscita viva.

Emily Bronte