From Hell

 

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.

O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul Paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.

Anna Achmatova

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Echi di sirene

Nel folto dei tuoi capelli

s’intesseva il canto di antiche melodie

l’arida roccia del mito impressa nel tuo corpo,

ma morbide come le onde di quel mare

le inflessioni della tua voce,

echi di sirene nei tuoi occhi

e nelle storie che amavi narrare

– di vento e terre, di fuoco e di malinconia, di sole e nero –

tutte racchiuse nell’odore dei tuoi anni

con cui incatenasti me.

E’ per te che scrissero di Ulisse e del suo errare solitario,

solo che io non sono Penelope.

Ma solo una che t’amava tanto.

Lunabionda

Quel che rimane

Una maglietta nera appena spiegazzata

il luccichio della sua pelle arsa

nuda nel nudo dei miei occhi

l’acqua che gocciola nel bagno

e lava via l’odore

l’aria stravolta

la fretta di chi va

il bacio di Giuda sulla porta

e tutto il mio sangue a sgocciolare

intero,

lento e spietato

come la sua carne che stringe e che riempie

a mezzogiorno,

di febbraio.

Lunabionda

Certo

Certo, non t’impauriva

la mia smania d’amare

quando eri pronto a succhiarmi l’anima e la pelle

tanto da sentirmi rubata via da me,

e nessun’ altra me

fuori dalla tua bocca.

Certo, avresti dovuto scordare

il dolceamaro succo di un roccioso egoismo

per scoprirti incapace

di vivere il tuo mondo

senza bere goccia a goccia il mio.

Lunabionda

 

Verso sera

Sorseggio le parole dell’assenza
come un rum morbido d’annata,
si arrotolano in bocca, m’impastano la lingua,
e verso sera aspetto, aspetto sempre
che un piccolo miracolo mi cada
tra le quattro mura di casa
intrise di santità e d’ardore.
Sistemo la morale nel primo cassetto del comò,
mi siedo e attendo l’epifania che mi spetta di diritto,
il tutto il niente,
la parola il tatto,
la falce della vita della morte
che mi tagli le dita ad una ad una,
l’odore d’eterno nella carne
troppo spesso lasciata ad appassire
o data in pasto ai cani,
lo scuotimento dei cinque sensi inginocchiati
e anche del sesto e poi di mille in più ancora
ancora ancora…

Lunabionda 

 

 

Alla Poesia

Oggi è la Giornata Internazionale della Poesia. Un’arte troppo spesso ignorata, non letta e dimenticata. La voglio ricordare attraverso tre amatissime, predilette e non abbastanza note Poetesse. Perchè la Poesia spesso è Donna. A partire da Marina, la meno conosciuta delle tre. Musa del Fuoco, e musa mia.

Io non sono fatta per la vita.
In me tutto è incendio!
Io sono una creatura
scorticata a nudo,
e tutti voi
portate una corazza.
Tutti voi avete:
l’arte, la vita sociale,
la famiglia, il dovere,
io,
nel profondo non ho nulla.
Tutto cade come pelle,
e sotto la pelle
carne viva, o fuoco.

Marina Cvetaeva

Quando dal mio buio traboccherai
di schianto
in una cascata
di sangue –
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi
ai cratèri
della luce promessa.

Antonia Pozzi

Osceno e sacro l’amore delibera
stessa sede per sé e per gli escrementi.
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti.

Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.

Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere

Così: una e molteplice, infinita
negli insiemi infiniti della mente,
e cripta di reliquie in morte e in vita,
io solo questo so: che non so niente.

Patrizia Valduga

Non startene al vento

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’aspra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “È stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai.”
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”

Anna Achmatova

Canzona appassiunata

E MME STO’ ZITTA, SI…
N’albero piccerillo aggiu piantato,
criscènnolo cu pena e cu sudore
Na ventecata giá mme ll’ha spezzato
e tutt”e ffronne cágnano culore
Cadute só’ giá ‘e frutte: e tutte quante,
erano doce, e se só’ fatte amare
Ma ‘o core dice: “Oje giuvinotto amante,
‘e ccose amare, tiénele cchiù care”
E amara comme si’, te voglio bene!
Te voglio bene e tu mme faje murí
Era comm”o canario ‘nnammurato,
stu core che cantaje matina e sera
“Scétate!” – io dico – e nun vò’ stá scetato
e mo, nun canta manco a primmavera!
Chi voglio bene nun mme fa felice:
forse sta ‘ncielo destinato e scritto.
Ma i’ penzo ca nu ditto antico dice:
“Nun se cummanna a ‘o core”. E i’ mme stó’ zitto!
E mme stó’ zitto, sí…te voglio bene
Te voglio bene e tu mme faje murí