Ninfa

E non amarmi allora
Te ne prego,
Se nell’avvicinarti al tronco
Sottile corteccia
Rapide scivolano
Sanguinando
Le tue mani,
Quando non ami più
La me che sono
Ma quel riflesso della negazione
Di tutto ciò che il mondo rappresenta,
Alba malata
Di chi mai volle guarire da se stesso.
Lunabionda

Marina

Così, dopo tanto tempo, rileggo Marina, La Poetessa per me. Lei non dice “non voglio”, dice “non voglio volere”. Non c’è cosa più dura di questa da pensare e da dire, né cosa più difficile.

“Il mio amore per te si è sminuzzato in giorni e lettere, in ore e righe.Una lettera oggi,una lettera domani. Cosa volevo da te? Nulla. Probabilmente essere accanto a te. O forse semplicemente venire da te. Senza lettere ormai era come senza di te. E così Rainer è passata. Non voglio venire da te. Non voglio volere. Così sono io. Così è l’amore nel tempo. Ingrato, autodistruttivo. Non amo, non rispetto l’amore.
V velikj nizosti ljubvi ,ho scritto una volta, la suprema bassezza dell’amore.
Marina”

Marina Cvetaeva, da una lettera a Rainer Maria Rilke

 

Amore ed ombra

Terribile Bebè,
mi piacciono le sue lettere, che sono dolci dolci, e mi piace Lei, che è pure dolce dolce. E’ un bonbon, ed è vespa, ed è miele, che è delle api e non delle vespe, e tutto va bene, e deve scrivermi sempre, anche se io non scrivo, che è per sempre, e io sono triste, e sono matto, e nessuno mi vuol bene, e perché dovrebbero volermene, proprio così, e siamo daccapo, e credo proprio che oggi le telefono, e vorrei baciarla sulla bocca, con passione e ghiottoneria e mangiare i bacini che vi sono nascosti, e poggiarmi sulla sua spalla e arrivare alla tenerezza dei colombi, e chiederle scusa, ma scusa per finzione, e ricominciare molte volte, e come mai la piccola Ophélia può amare un mascalzone come il sottoscritto e un villano e un porco e un individuo con la faccia da gasista e con l’aspetto di chi non è qui, ma nel cesso della casa accanto, proprio così, e ora la smetto perché sono matto, e lo sono sempre stato di natura, che è come dire dalla nascita, e mi piacerebbe che tu, Bebè, fossi una bambola, e io farei come un bambino, ti spoglierei, e il foglio finisce qui e pare impossibile che tutto questo sia stato scritto da un essere umano, invece l’ho scritto io…

Fernando Pessoa, lettera a Ophélia 

La via dell’Averno

Ogni volta che ci incontriamo
studio l’incanto per portarti via
ma ogni volta
ti giri su te stessa
e fai ritorno al tuo confortevole Averno
Euridice che per ripetere i tuoi passi
non hai bisogno
della dabbenaggine di Orfeo.

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke

Francesco

Vorrei un figlio da te che sia una spada
lucente, come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue e che risolva
più quietamente questa nostra sete.
Ah, se t’amo, lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo
e fiorita son tutta e d’ogni velo
vo scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.
Ma il mio cuore, trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo.
E perciò dammi un figlio delicato,
un bellissimo, vergine viticcio
da allacciare al mio tronco, e tu, possente
olmo, tu padre ricco d’ogni forza pura
mieterai liete ombre alle mie luci.

Alda Merini

Ph Laura Makabresku

 

L’amore indimenticabile è quello impossibile

Bologna è una giornata fredda

spaccata dalla luce inaudita,

il tuo vestito sempre troppo nero

come si conviene all’abito di scena,

la bellezza imprevista di un passo troppo svelto

per il mio cuore di cristallo,

il fuoco che divora, che consuma sotto i portici,

e le tue labbra che odorano di vento e sale.

Bologna è uno scenario troppo grande

per melodrammi ordinari di periferia,

è una puttana che si svende facilmente

all’applauso di un pubblico corrotto

o a una leggiadra parvenza d’amore,

proprio come le mie mani,

grondanti di piacere

al lento sfiorare dei tuoi occhi

impastati di mare, di nero e di follia,

(la mia).

Bologna è una giornata piovosa spaccata dalla luce livida di luglio, il freddo del dis-amore che mi entra nelle ossa, le stesse strade di allora ripercorse come due estranei, cambiate di luce e di senso, la solitudine del non essere uno che mi spezza dentro mentre sorrido per non deluderti, per non disturbare, e tutte le lacrime che non lascio cadere perchè tu non le veda. Ma in verità, tu non mi vedi. Forse non mi hai mai vista. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.
E così, il cerchio si è chiuso.

Lunabionda

Eri

E il sole e il vento e i verdi anni si rincorrono cantando verso il novembre a cui ci van portando e dove un giorno con un triste sorriso ci diremo tra le labbra ormai stanche “eri il mio caro amore”. De Andrè
Χαῖρε, Μιχάλης.