Ma solo cose vive che sfuggono

Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono –
essere senza ieri
essere senza domani
ed acciecarsi nel nulla –
– aiuto –
per la miseria
che non ha fine –

Antonia Pozzi

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Anima assente

Al mio ultimo Amore. (Μου λείπεις αγαπητή μου)

Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.
Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d’arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l’arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte depose le uova nella ferita
alle cinque della sera.

Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.

Non voglio vederlo!
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.

Non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Ditelo ai gelsomini
con il loro piccolo bianco!

Non voglio vederlo!

La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.

No.
Non voglio vederlo!

Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.

Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.
No.
Io non voglio vederlo!

Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:
la morte l’ha coperto di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,
si riscalda in cima agli allevamenti.

Non ti conosce il toro né il fico,
né i cavalli né le formiche di casa tua.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché tu sei morto per sempre.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Federico Garcia Lorca, Lamento per Ignacio Sanchez Mejias

Incauto sole

Incauto sole

mi accosto alla luce

di questi giorni sfrangiati

d’angoscia blu e d’impreviste nuove primavere

per scordare quanto sia stato imprudente vivermi,

bruciante bellezza nel crepitare nero dei tuoi occhi.

Dice che il nero è quando mancano i colori,

dice che il nero è quando cala il mantello della notte,

ed in quel nero anch’io la seppellisco,

la mia donna-bambina che scottava di troppi sogni vivi

per il tuo sogno morto,

e ho solo un’ora notturna

per scrivere delle tue braccia spezzate.

Lunabionda

Squarciagola

 

(Perchè in fondo è sempre meglio esprimere anche il dolore e il mal di vivere, piuttosto che non dirlo. E io, nella vita, scrivo…)

La malattia del passato

è una condanna che rende uguali

tutti i giorni assolati a quelle notti violacee

in cui so chiamare ancora solo un nome

a squarciagola

per poi ostinatamente ricompormi,

osso ad osso rotto da riassestare,

fingendo di dimenticare

che te amai e cantai sopra tutte le cose

– l’oltremisura dei miei eccessi prontamente incatenata

dal tuo disamore.

Muoio ogni giorno

per questa vita

lontana

dalla torrida estate dei tuoi occhi.

Lunabionda

 

Tra le mie mani

 

Non dimenticherò mai quel pomeriggio di fine gennaio, la fredda nebbia fuori e il fuoco nella stanza.

Se ne stava a guardarmi sul suo divano così come si guarda la profondità del mare, e mi stringeva come si stringono le cose care e preziose, talmente forte da togliermi il respiro, e da non distinguere dove finivo io, dove iniziava lui.

Avevo capito che per me sarebbe stato un amore, dalla prima volta che avevo incrociato i suoi occhi. Non avevo capito, che mi avrebbe tradito in modo forse più meschino di altri.

Quanti “ti voglio bene, sei importante per me” detti e ridetti nel tempo, solo calore nella sua voce, solo dolcezza che inghiotte e che divora, una dolcezza così terribile da non poter avere dubbio alcuno.

Ma dopo tanta sfrenata dolcezza, e dopo tanto fuoco carnale, dopo le affinità elettive, e dopo la sua voce all’orecchio a chiamarmi “amore” appena una settimana fa mentre stava conficcato nel fondo più fondo di me, accarezzo il nulla.

Tutto dimenticato, annullato, spazzato via l’ennesimo, e definitivo, giorno “dopo”, come se niente fosse successo, con due messaggi crudeli, qualcosa tipo: “mi dispiace, non posso, non cercarmi e non odiarmi.”

Ah, quanto mi piacerebbe odiarti! E invece ancora ti amo! Che inutile spreco.

E chissà se lo ha mai capito che l’amavo davvero per tutto ciò che lui era, come ama una Donna, non una ragazzina,  chissà se l’ha mai davvero compreso che gli volevo visceralmente bene, chissà se capirà mai che cosa ha perduto, e che cosa mi ha fatto.

Quanto vorrei che non mi avesse deluso e fatto bere il succo amaro del disprezzo, quanto vorrei poterlo guardare negli occhi solo per dirgli: perchè hai fatto tutto questo?

Quanto vorrei che tornasse da me per dirmi “ho sbagliato, voglio essere un uomo migliore di quello che sono stato con te, voglio provarci e stavolta sul serio, perchè tu mi sei cara.” Ma non succederà mai… le conversioni sulla via di Damasco sono solo roba da romanzi.

Non c’è niente in lui, solo egoismi e inganni…

Mi prendo il mio inutile amore, il mio stupido castello di carte costruito grazie a me, e grazie a lui, e lo guardo svanire. Polvere tra le mie mani fredde, mancanza crudele come le sue parole. Mancanza che è invece solo più acuta presenza, perchè, come la psicanalisi insegna, la persona amata diventa ingombrante presenza proprio quando è diventata assenza.

Mi ha tolto pure la dolceamara tristezza di poterlo piangere, perchè non si può piangere qualcosa che è stata solo illusione. Inconsistente come il suo volermi bene. Effimero come il calore forte delle sue mani. Superficiale come un vigliacco addio ad una ragazza che sa sempre amare, troppo.

E adesso basta, non voglio più scrivere nulla, non voglio più parlare di nulla. Finirei col parlare solo di lui e di dolore, e io non voglio.

Calate il sipario.

Lunabionda (A.)

Il bacio di Giuda

Per le bugie che mi hai raccontato, per  le umiliazioni che ho subito, per il mio corpo che hai sfruttato, per la mia intelligenza che hai calpestato, per la bocca che mi hai tappato, per la tenerezza che mi hai compromesso, per la facilità con cui mi hai eliminato, per l’egoismo con cui mi hai tagliato, per la viltà con cui mi hai rinnegato, per tutte le volte che ti ho accarezzato l’anima e le mani, per tutte le volte che ti ho cantato l’amore e la passione, per tutte le volte che io crollo sotto il peso della solitudine e del disprezzo, per tutte le volte che non ho bisogno della tua compassione, Giuda, quale sarà la tua
ricompensa?
“L’eroe uccide con una spada, il vigliacco con un bacio.”
Lunabionda