Il lungo addio

 

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Nelle mie stanze

 

Non vi vedrò mai più nella mia stanza
con tutto l’ardore,
con tutto l’impeto
che mi dimostravate.
Mi sono illusa. I sentimenti che mi tenevano
la testa e il cuore
era solo il piacere a provocarveli
e finivano presto come finiva il piacere…
Qualche volta vi dicevo
“mi renderete infelice”,
ma era un gioco, lo facevo
per essere rassicurata da voi,
e subito mi abbandonavo all’incanto
e alla malafede delle vostre profferte.

Voi, voi siete più da compiangere di me,
voi, che vi divertite con queste idee,
voi che correte dietro ad amori
che non hanno sapore, vaghi fantasmi
vestiti che ricoprono il nulla,
non come me
che vi amo profondamente
con tutto il mio essere
di sangue e di passione…
Non invidio la vostra indifferenza,
mi fate pietà!
lo sono più felice di voi,
non avrete pace
se vi accontenterete di piaceri imperfetti
dopo quanto io vi ho donato,
senza confronto nei pallidi amori
della vostra Parigi di morte…

 Come siete banale!
E sapete un’altra cosa?
La vostra banalità mi ha rivelato un segreto
che prima non conoscevo:
non è voi che amo, è la mia passione!
Il vostro comportamento ha reso odiosa la vostra persona,
ma la passione in me è rimasta, al di là della meschinità
che è in voi.
Questa lettera che vado scrivendo è l’ultima,
l’ultima che riceverete: ditemi di aver provato
un po’ di pena leggendola, vi crederò…
Ma no no, ecco che ricomincia questa storia
di compromissioni infinite,
ecco la lusinga diabolica che mette le sue spire
anche nel ragionamento puro dell’intelligenza:
non voglio, no, non voglio aver più nulla a che fare
con voi, con i vostri scritti, con le vostre false
profferte d’amore, con le vostre giustificazioni
ambigue, con le vostre arti di corruzione…
Cercherò di non odiarvi, sarebbe provare
ancora troppo per voi.

Da Lettere di una monaca portoghese

Credendomi viva…

Credendomi viva
mi lasciavo alle spalle
tutti i giorni sluminati
da quella notte dei miei occhi magnetici
di animale da preda

nessuno conosce
quel polso fermo sul suo orologio
complice, un tempo di furia e taverne.

Amore Mio diviso
la dismisura delle tue mani
è stata il mio luogo
da maledire, la carne
fecondata da un nudo
di parole in cui ho riconosciuto
ciò che non ti diedero per piangermi
la bambina morta, spiegando
in quanto spazio entrasti per nominarti
il Verso del sangue.

Sylvia Pallaracci

Nella notte

E’ venuto a cercarmi nella notte, spinto dal vento impetuoso della mia solenne ostinazione.

Ogni tentativo di razionalità e distacco dimenticato, lacerato e fatto a pezzi dalla sfrenata dolcezza che ci inghiotte, e dall’amore che mi spezza dentro. Passione ardente, soave perdersi nell’indicibile alchimia dell’essere uno. Ma come vento infine se ne va, con carezze roventi di bugia. Perchè il vento è solo un ladro, e non si ferma mai in nessun posto.

Mia cara, non avrai davvero pensato che ti potesse amare il vento?

Lunabionda

 

 

Dis-sacrazione

Vete al Infierno, mi Amor.

 

Riconosco l’invasione

del tuo corpo

la spina gelata di un tempo

d’inverno mi urta l’anca

sinistra

inizio a traballare i muri

che crepano i vetri che

scoperchiano gli altari

che sentenziano l’incombente

sacramento

rivedo tutte le facce

passare tutte le soglie che non seppero

risolvermi

felicità disperate

a schiumarmi

il sangue

e ti odio

perché non credo più

alla terra né al cielo

ti odio

e ti urlo “bestia maledetta”

come se stessi dicendo

“sei l’amore”.

Sylvia Pallaracci

Ph Laura Makabresku

Dipinto

Dice che il mio nome è “Strega”

usa pennelli indemoniati

per inzupparmi

coi colori delle tenebre

dice che il mio nome è “Inganno”

mi disegna le labbra

sanguinanti

dei suoi baci

dice che il mio nome è “Illusione”

impasta le piaghe del cuore

col polverio di pelle

dice che il mio nome è “Disgrazia”

la figlia sgradita

di “Ossessione” e “Tormento”

poi

si scrolla di dosso

la cenere viva

delle defunta luce

dei miei occhi

e mi fissa beato

appesa a un chiodo

come la croce del castigo.

Una tela che gronda la disperazione

e che mai si asciugherà

al vento pietoso della consolazione

Sylvia Pallaracci

Amaro

Le mani, tutto incomincia sempre con le mani
E ancora non le hai detto che la ami
Anche se lei lo sa
E poi, diventi tutto quello che non sei
Diventi come ti vorrebbe lei
Ma non ti basta mai
Amore, amore amaro, amore mio
Amore che potrà fermare solo dio
Ma questo amore senza cielo volerà
Nelle tue mani
Amore senza amore, amore che non ho
Amore che non vincerà se tu non vuoi
Amore grande chiuso dentro una bugia
Senza domani
Amore strano, amore pazzo,
Senza domani

Tra parentesi

 

cime 37

Il tuo modo d’amare è lasciare che io ti ami.

Mai parole o abbracci mi diranno che sei esistito e mi hai amato, mai.

Mai gesti mi dicono che mi pensi, mai. Me lo dicono fogli bianchi, mappe, telefoni, presagi. Tu, no.

E sto abbracciata a te senza chiederti nulla.
E sto abbracciata a te senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire, con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

Pedro Salinas

Un fiore labile di poesia

(Μου λείπεις τόσο πολύ αγαπητή μου…)

Ecco, tu sei per me
null’altro che una fragile illusione
dai grandi occhi di sogno,
che per un’ora mi si stringe al cuore
e mi ricolma tutto
di cose dolci, piene di rimpianto.
Cosí mi accade quando stancamente
mi struggo a infondere nei versi lievi
un mio spasimo triste.
Un fiore labile di poesia,
nulla di piú, mio amore.

Cesare Pavese