Un canto come un fiume

Ora sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che c’è? Osservate il suo aspetto!
La morte lo ha coperto di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, inzuppato di lacrime di neve,
si riscalda sulla cima di pascoli taurini.

Che cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
Siamo con un corpo presente che si sfuma
con una forma chiara da usignoli
e la vedemmo riempirsi di buchi senza fondo.

Chi increspa il sudario? Non è vero quello che dice!
Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né spaventa il serpente:
qui non desidero altro che degli occhi rotondi
per vedere questo corpo senza possibile riposo.

Voglio vedere qui, gli uomini di voce dura!
Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:
gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano
con una bocca piena di sole e di sassi.

Qui, io voglio vederli! Davanti a questa pietra.
Davanti a questo corpo con le redini rotte.
Voglio che mi mostrino l’uscita
per questo capitano legato dalla morte.

Io voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
che abbia dolci nebbie e profonde rive,
per portar via il corpo di Ignazio e che si perda
senza ascoltare il doppio fiato dei tori.

F. Garcìa Lorca, Lamento per Ignacio

 

 

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