Storia di ordinaria follia

E mi ritorna in mente, per strani collegamenti della mente, una frase de Il Signore degli anelli.

“Non voglio separarmi dall’anello. Mi è caro… Benchè lo stia tenendo al prezzo di grandi sofferenze.”

Lunabionda

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Autoritratto (part 2)

“Chissà perchè non vuole starmi vicino. Eppure, credevo che lo desiderasse tanto…

E invece sono diventata una nemica, io, proprio io che l’ho amato tanto. Io che ancora darei la mia vita per lui” disse Cathy asciugandosi gli occhi.

E parlando a se stessa comprese ancora una volta che fare a meno di lui era come staccarsi un braccio, una gamba, un pezzo di cuore. Perchè per quanto si fossero amati e anche odiati, lui ormai faceva parte profondamente di lei.

Poi si accese l’ennesima di infinite sigarette e si affacciò alla finestra, guardando il vuoto della città che la faceva sentire ancora più sola. Una tela grondante la disperazione.

Lunabionda

Autoritratto

Più lo pensava rivedendo l’abisso che furono i suoi occhi, più provava rabbia, più provava rabbia e più voleva vederlo consumato almeno quanto lei. Più pensava e diceva tutto questo, più amaramente lo odiava, più delicatamente l’amava.

Lunabionda

“Come sei forte, tu! Quanti anni conti di vivere dopo la mia morte?”
Heathcliff aveva messo un ginocchio a terra per abbracciarla, e quando cercò di rialzarsi, lei lo prese per i capelli e lo fece star giù.
“Io vorrei poterti tenere così fino a che fossimo morti tutt’e due” disse lei amaramente. “Che cosa mi importa di quel che soffriresti? Le tue sofferenze mi sono indifferenti. Perchè non dovresti soffrire, tu? Io soffro. Mi dimenticherai? Sarai felice quando sarò sottoterra? Dirai, fra vent’anni: Questa è la tomba di Catherine Earnshaw. L’ho amata tanto tempo fa, e sono stato infelice quando l’ho perduta. Ma ora è finita. Dirai così, vero Heathcliff?”

Emily

 

My Wuthering Heights (3)

“Catherine andava dal cancello alla porta in uno stato di frenesia incontrollabile, e alla fine prese posizione da un lato del muro, vicino alla strada, e vi rimase nonostante le mie preghiere e il brontolio del tuono e i primi goccioloni, chiamando a intervalli e tendendo l’orecchio e piangendo.” Emily Bronte

Nella notte d’estate, che estate non pareva più per la sua oscurità tenebrosa, quando il temporale si rovesciò con violenza sulla città, insieme al suo frastuono si udiva soltanto la voce di lei che gridava chiamando a scuarciagola il suo amore, inzuppata di una pioggia che non sarebbe mai andata via dal di dentro.

“Heathcliff!!! Dove sei, dove sei andato? Perchè mi hai abbandonata? Sto morendo di freddo…”

Perchè il trillo del diavolo, come per tutte le persone avvelenate d’infelicità e disamore, aveva per lui una voce ben più potente di quella di lei. Un trillo da cui non sarebbe mai più ritornato quello che era.

Lunabionda

 

Dell’orgoglio e di altri demòni

“Vorrei solo che nulla mai ci separasse, e se una mia parola ti dovesse più tardi dare dispiacere, pensa che sottoterra io provo lo stesso dispiacere, e, per amor mio, perdonami. Vieni… e inginocchiati ancora. Non mi hai mai fatto del male in vita tua. Non vuoi venire di nuovo vicino a me? Vieni…”

Heathcliff si avvicinò alla spalliera della poltrona e vi si appoggiò; ma in modo che lei non potesse vedere il suo viso, livido dall’emozione. Catherine si voltò per guardarlo: lui non gliene lasciò il tempo, e allontanandosi bruscamente si diresse verso il camino, davanti al quale restò in piedi silenzioso, volgendoci le spalle.  Dopo una lunga pausa la signora riprese a parlare, rivolgendosi a me con un tono di indignata delusione:

“Oh, vedi, Nelly? Non cederebbe un momento, nemmeno per tenermi fuori dalla tomba! Ecco come sono amata! Chissà perchè non vuole starmi vicino!” continuò parlando a se stessa. “Credevo che lo desiderasse. Heathcliff, caro! Non mettere il broncio proprio ora. Vieni!”

Emily Bronte

The dead girl

“E tu, chissà se mi piangerai quando sarò orizzontale, e dirai quello che non sai dire. Vi sono persone che non si ravvedono nemmeno quando ti vedono sull’orlo della tomba.”

Era lì, a pochi metri all’interno del parco, appoggiato a un vecchio faggio,  la testa nuda, i capelli fradici della rugiada che, dopo essersi raccolta sulle gemme, gli gocciolava attorno.

“E’ morta!” disse. “Non ho aspettato te per saperlo. Metti via quel fazzoletto… non starmi a piagnucolare davanti! Al diavolo tutti! Lei non ha bisogno delle tue lacrime!”

Piangevo tanto per lui quanto per lei: capita a volte di provare compassione per creature che non hanno pietà nè di se stesse nè degli altri.

“E si è ravveduta in tempo?” mi chiese con un sogghigno forzato. E’ morta come una santa? Avanti, dimmi tutto per filo e per segno. Come…”

Si sforzò di pronunciare il suo nome, ma non ci riuscì, e stringendo le labbra combattè in silenzio contro la propria disperazione, bloccando al tempo stesso con sguardo furioso ogni manifestazione di simpatia.

“Com’è morta?” riprese infine, appoggiandosi all’albero perchè, a dispetto di tutta la sua fierezza e della sua volontà, dopo quello sforzo tremava da capo a piedi.

Poveretto, pensai. Anche tu hai cuore e nervi come ogni essere umano! Perchè sei così ansioso di nasconderli? Il tuo orgoglio non può ingannare Dio.

Emily Bronte

Ph Nishe

Come una spada lucente

Vorrei un figlio da te che sia una spada
lucente, come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue e che risolva
più quietamente questa nostra sete. (Alda Merini)

Vorrei una figlia da te, in un’altra vita, in un altro mondo, in un’altra dimensione, dove potremmo essere noi stessi senza paure nè rancori.

Ho visto tua figlia, ho visto mia figlia. Ha i capelli folti e il carattere capriccioso, come me. Ha splendidi occhi cangianti verde-marrone, come te. Si chiama Esther, come il nome, bellissimo, con cui nessuno voleva mai chiamare mia nonna nella sua giovinezza. Gioca con te sulla sabbia, i tuoi capelli lunghi e selvaggi li vedo ondeggiare sotto il sole al tramonto, le parli senza perdere la pazienza, nonostante non sia mai stata una tua dote, nemmeno con me; perchè è tua figlia, il tuo specchio, il mio specchio. La cosa migliore che potessimo fare del nostro amore-odio così tormentato e crudele.

Ti ho visto, l’ho vista. Perchè io so che in un’altra vita, non so quando nè dove, siamo stati legati dallo stesso sangue. E tu sempre sarai legato dentro il mio stesso sangue, mio Caro. Sarai sempre con me.

Lunabionda

Love and Death

Per gli amanti della letteratura, per le donne romantiche e tempestose, per me e per il mio Heathcliff: Wuthering Heights, Morte di Catherine. 

“Catherine rivolse lo sguardo ansioso verso la porta. Heathcliff entrò e con due falcate fu al suo fianco e la strinse tra le braccia. Non parlò, nè allentò la stretta per cinque minuti buoni, durante i quali la coprì di baci, più di quanti, oso dire, ne avesse mai dati in vita sua, ma era stata lei a baciarlo per prima, e vidi bene che la troppa angoscia gli impediva di guardarla in faccia. Gli era bastato vederla per capire che non aveva speranza di guarigione… che era destinata a morire.

– Oh, Cathy, vita mia! Come potrò sopportarlo? – furono le sue prime parole, pronunciate con lampante disperazione. La fissò con un tale ardore da farmi pensare che la sua stessa intensità gli avrebbe fatto salire le lacrime agli occhi, ma poi li vidi bruciare d’angoscia, non di pianto.
– Che c’è ora? – disse Catherine, lasciandosi cadere nella sua poltrona e aggrottando d’improvviso la fronte: il suo umore mutava infatti come una banderuola, spinta da capricci sempre mutevoli.
-Tu ed Edgar mi avete spezzato il cuore, Heathcliff! E tutt’e due venite a lamentarvi con me, come se foste voi quelli da compiangere! No, io non vi compiangerò; mi avete uccisa, e lo avete fatto apposta, credo. Come sei forte, tu! Quanti anni conti di vivere dopo la mia morte?-
Heathcliff aveva messo un ginocchio a terra per abbracciarla, e quando cercò di rialzarsi, lei lo prese per i capelli e lo fece star giù.
– Io vorrei poterti tenere così fino a che fossimo morti tutt’e due – disse lei amaramente. – Che cosa mi importa di quel che soffriresti? Le tue sofferenze mi sono indifferenti. Perchè non dovresti soffrire, tu? Io soffro. Mi dimenticherai? Sarai felice quando sarò sottoterra? Dirai, fra vent’anni: <<Questa è la tomba di Catherine Earnshaw. L’ho amata tanto tempo fa, e sono stato infelice, quando l’ho perduta. Ma ora è finita. Ne ho amate tante altre, dopo: i miei figli mi sono più cari di quanto lei non mi fosse, e quando morirò sarò contento di andare a raggiunger lei ma addolorato di dover abbandonare loro>>. Dirai così, vero Heathcliff? –
– Non torturarmi fino a farmi diventare pazzo come te! – gridò lui a denti stretti, liberandosi bruscamente le testa con uno strattone.

Quei due esseri, per uno spettatore a mente fredda, formavano uno spettacolo strano e terribile. Catherine aveva ragione a credere che il Cielo sarebbe stato una terra d’esilio per lei, se, oltre al corpo mortale, non avesse abbandonato anche il suo carattere terreno. Il suo viso pallido rifletteva un rancore selvaggio e vendicativo; i suoi occhi erano scintillanti, le sue labbra esangui; e nelle dita chiuse teneva qualche ciocca dei capelli che aveva afferrato. Il suo compagno, aiutandosi con una mano a rialzarsi, le aveva afferrato il braccio con l’altra: e la dolcezza da lui adoperata era così poca in proporzione alle esigenze della condizione di Catherine, che quando la lasciò, vidi quattro distinte macchie livide sulla pelle chiara di lei.
– Sei dunque posseduta dal diavolo, – proseguì lui con forza – per parlarmi così mentre sei in punto di morte? Non pensi che tutte queste parole resteranno impresse col fuoco nella mia mente, e mi tormenteranno in eterno, quando tu mi avrai lasciato? Tu sai di mentire quando dici che ti ho uccisa, e tu sai, Catherine, che non potrei mai dimenticarti, non più di quanto potrei dimenticare me stesso! Al tuo infernale egoismo non basta pensare che io soffrirò i tormenti dell’inferno, mentre tu riposerai in pace? –
– Io non riposerò in pace – si lamentò Catherine, richiamata al sentimento della propria debolezza fisica dai sussulti violenti e irregolari del suo cuore, che si poteva vedere e udire battere.
Non disse più nulla finché la crisi non fu passata; poi continuò con maggiore dolcezza: – Non ti auguro un tormento peggiore del mio, Heathcliff. Vorrei solo che nulla mai ci separasse, e se una mia parola ti dovesse più tardi dare dispiacere, pensa che sottoterra io provo lo stesso dispiacere, e, per amor mio, perdonami. Vieni… e inginocchiati ancora. Non mi hai mai fatto del male in vita tua. Non vuoi venire di nuovo vicino a me? Vieni… –

Heathcliff si avvicinò alla spalliera della poltrona e vi si appoggiò; ma in modo che lei non potesse vedere il suo viso, livido dall’emozione. Catherine si voltò per guardarlo: lui non gliene lasciò il tempo, e allontanandosi bruscamente si diresse verso il camino, davanti al quale restò in piedi silenzioso, volgendoci le spalle. La signora lo seguiva con uno sguardo sospettoso: ogni suo movimento risvegliava in lei una nuova emozione. Dopo una lunga pausa riprese a parlare, volgendosi a me con un tono di indignata delusione:

– Oh, vedi, Nelly? Non cederebbe un momento, nemmeno per tenermi fuori dalla tomba! Ecco come sono amata! Bah, ma che m’importa? Non è questo, il mio Heathcliff. Il mio continuerò ad amarlo, e lo porterò con me, dentro la mia anima. Heathcliff, caro! Non mettere il broncio proprio ora. Vieni! –
Nel suo ardore si alzò, e si appoggiò a un bracciolo della poltrona.
A quell’appello appassionato lui si volse verso Catherine, una maschera di disperazione sul viso. I suoi occhi, sbarrati e finalmente umidi, lanciavano sopra di lei sguardi lampeggianti, il suo petto si sollevava, convulsamente. Per un istante rimasero così, lontani; poi quasi non vidi come si strinsero. Catherine fece un balzo in avanti, lui l’afferrò; e si fusero in un abbraccio dal quale credevo che la mia padrona non sarebbe uscita viva. In effetti, mi sembrò che avesse perso i sensi. Lui si gettò sopra la sedia più vicina e, siccome mi avvicinavo in fretta per vedere se fosse svenuta, mi mostrò i denti, con la bava alla bocca come un cane rabbioso, e la strinse a sè ancora più forte, con gelosia avida.
Un moto di Catherine mi rassicurò un po’: gli cinse il collo con la mano e appoggiò una guancia alla sua, mentre lui, coprendola di baci frenetici, diceva disperato:
– Adesso mi dimostri come sei stata crudele, crudele e falsa. Perchè mi hai disprezzato? Perchè hai tradito il tuo stesso cuore, Catherine? Io non ho una parola di conforto per te: tu hai quello che ti meriti. Ti sei uccisa da sola. Si, tu puoi baciarmi, e piangere, puoi strapparmi lacrime e baci: ti bruceranno, ti danneranno. Tu mi amavi: che diritto avevi allora di lasciarmi? Che diritto, rispondimi! Perchè nè la miseria, nè la degradazione, nè la morte, niente di tutto quello che Dio e Satana potevano infliggerci, niente avrebbe potuto separarci, ma tu hai voluto farlo di tua volontà! Non io ti ho spezzato il cuore, ma tu stessa: e facendolo hai spezzato anche il mio. Tanto peggio per me se sono forte. Voglio forse vivere? Che razza di vita sarà la mia quanto tu… oh, Dio! Tu vorresti vivere con la tua anima nella tomba? –
– Vattene! Lasciami in pace!- singhiozzò Catherine. – Se ho sbagliato, adesso ne muoio! Anche tu mi hai abbandonata, ma non ti voglio rimproverare! Ti ho perdonato. Perdonami! –
– E’ difficile perdonare guardando questi occhi, e stringendo queste mani striminzite – rispose lui. – Baciami ancora, e non lasciarmi vedere i tuoi occhi. Io ti perdono per quello che mi hai fatto. Io amo il mio carnefice… ma il tuo? Come posso amarlo? –

Rimasero in silenzio, i visi accostati, bagnati l’uno delle lacrime dell’altra. Almeno, credo che piangessero entrambi; per una grande occasione come questa, anche Heathcliff sapeva piangere.”

Emily Bronte

Ph Laura Makabresku

Echi di tempesta

“Se bastasse il mio bene a curarti, allora non soffriresti mai, amore mio.

Se bastasse il tuo bene per me a guarirti, allora non mi avresti mai ferito, amore mio.”

Nel frattempo, Catherine andava su e giù per la stanza dicendo: “Dove sarà… dove può essere?! Che cosa ho detto, Nelly? Non lo ricordo più… Dimmi, cosa ho detto che possa averlo ferito? Voglio che ritorni. Lo voglio!”
Uscii di nuovo a cercarlo, ma inutilmente, come futili furono le ricerche di Joseph. La notte era molto buia, per essere estate: le nuvole promettevano un temporale, e io dissi che avremmo fatto meglio a non muoverci, la pioggia imminente avrebbe convinto Heathcliff a rientrare in tutta fretta.
Ma Catherine non si fece persuadere a restare tranquilla: andava dal cancello alla porta in uno stato di frenesia incontrollabile, e alla fine prese posizione da un lato del muro, vicino alla strada, e vi rimase nonostante le mie preghiere e il brontolio del tuono e i primi goccioloni, chiamando a intervalli e tendendo l’orecchio e piangendo. Quanto a singhiozzi e scoppi di pianto, poteva battere il piccolo Hareton e qualunque altro bambino.
Dopo una ventina di minuti la tempesta passò lasciandoci tutti incolumi tranne Catherine, che rimasta ostinatamente sotto la pioggia senza uno scialle o una cuffia per proteggersi, si era inzuppata da capo a piedi. Finalmente si decise a rientrare, bagnata com’era. Si sdraiò sulla panca e girò il viso verso lo schienale, coprendolo con le mani.

da Wuthering Heights, La fuga di Heathcliff