Nella casa lunatica

Un’estranea è venuta
A spartire con me la mia stanza nella casa lunatica,
Una ragazza folle come gli uccelli

Che spranga la notte della porta col suo braccio di piuma.
Stretta nel letto delirante
Elude la casa a prova di cielo con nubi invadenti

E la stanza da incubi elude col suo passeggiare
Su e giù come i morti,
O cavalca gli oceani immaginati delle corsie maschili.

Venne invasata,
Chi fa entrare dal muro rimbalzante l’ingannevole luce,
Invasata dal cielo

Dorme nel truogolo stretto e tuttavia cammina sulla polvere
E a piacer suo vaneggia
Sopra l’assistito del manicomio consumato dalle mie lacrime
ambulanti.

E rapito alla fine (cara fine!) nelle sue braccia dalla luce
Io posso senza venir meno
Sopportare la prima visione che diede fuoco alle stelle.

Dylan Thomas, Amore in manicomio

Ph Laura Makabresku

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Nero

Adesso parlo con un corvo nero che ascolta tutto ma non sente più,
lui sta volando come uno sparviero, e non c’è modo di tirarlo giù.
Dietro alle lenti due begli occhi neri
e sotto il taglio finto di un sorriso
io lì di fronte vuota di pensieri
con la farina sparsa sul mio viso
sembro un pagliaccio travestito a lutto

  che si domanda che sto a fare qui
lui sembra un corvo nero e brutto
che vuole solo farsi dire sì.
E mi domanda cose senza senso
cose dovute alla stupidità
di un corvo che vuole il consenso
solo dai corvi della sua città.
Appollaiato sulla sua poltrona
lui mi colpisce col suo becco acuto
potrei annegarlo con un solo sputo
meglio parlargli con sincerità
Io, col mio uomo,
solo un giorno fa,
ero lontana con la mia dignità…

E saltellando sulla scrivania
lui sta mangiando sulla pelle mia
e sta cercando con la sua miopia
di dimostrare la sua verità.
Io che credevo nell’intelligenza
nella sapienza di chi è messo là
a giudicare solo con coscienza
senza pensare alla sua vanità
adesso parlo con un corvo nero
che ascolta tutto ma non sente più
lui sta volando come uno sparviero
e non c’è modo di tirarlo giù.
Dietro alle lenti due puntini neri
e sotto il taglio finto di un sorriso
io lì di fronte vuota di pensieri
con la farina sparsa sul mio viso
sembro un pagliaccio travestito a lutto
che si domanda che sto a fare qui
lui proprio un corvo nero e brutto
che vuole solo farsi dire sì.

Appollaiato sulla sua poltrona
lui mi colpisce col suo becco acuto
potrei annegarlo con un solo sputo,
meglio parlargli con sincerità
Io, col mio uomo,
solo un giorno fa,
ero lontana con la mia dignità…

 

Finchè la mia luce si spegnerà

Cerco nei cassetti documenti
di questo nostro amore passato
piccoli segni che sia stato tutto vero.
Polaroid ingialliti
messaggi piccoli di piccole cose.
Niente filosofia né profonda poesia.
Mi hai lasciato carta ingiallita
e un vuoto grande nella mia nuova vecchiaia.
Eppure rivedrò il tuo sorriso
come in un vecchio 8 millimetri
finché la mia luce si spegnerà.

Giovanni Gastel

E sentirmi chiamare per nome

Dino,
ho una grande malinconia, un grande amore, una parola, non so quale, da dire.
Non so quel che la vita vuole da me. Se debbo resistere in questa solitudine, in questa preghiera d’ogni istante: rinunciare a rivederti, restare per sempre con questo sapore di terra in bocca; salvarti con la mia rinuncia, col farmi amare da lontano. Aspettare la morte, quant’anni, Dio mio?
O venire, con tutta l’umiltà del mio cuore che vuoi piangere e che vuoi cantare. Che non sa nulla, di là dalla gioia di ritrovarti. Che tu rinnegherai, calpesterai ancora, e continuerà ad amarti, così…
Dino. E sentirmi chiamare per nome.

Sibilla Aleramo, una lettera a Dino Campana

L’amore impossibile

E’ amore impossibile quello che mi chiedi,
sentire ciò che tu solo senti
e vedere ciò che vedi
Chiudere la realtà dentro la tua isola
ma non perdere la voglia di volare,
perchè l’amore è amore impossibile,
quando non riesce a inseguire è irraggiungibile.

Tiromancino

Lettera a Dio

D’ora in poi noi saremo nemici, Tu ed io. Perché Tu hai scelto quale tuo strumento un vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile ragazzo, e a me hai donato soltanto la capacità di riconoscere la tua incarnazione. Perché Tu sei ingiusto! Sleale! Crudele! Io ti bloccherò, lo giuro! Io ostacolerò e danneggierò la tua opera. Continua… deridimi, sghignazza… Continua Signore, ridi… mostra la mia mediocrità, fa’ che tutti la notino… Ma un giorno io riderò di te, vedrai… Prima di lasciare questa Terra, io riderò di te.

Amadeus di Milos Forman, Salieri rivolto a Dio

E follia sia!

Racconto – quarta parte

Erano passati solo cinque giorni dall’incontro in casa di Antonio, e Greta non ci dormiva più la notte su quella storia. Continuava a chiedersi come avesse fatto a lasciarsi andare così con un altro uomo, senza pensare a suo marito. Non avevano fatto l’amore, ma poco ci era mancato, e aveva dovuto far violenza su se stessa per staccarsi dal suo corpo ed evitare di andare oltre baci e carezze roventi.

Scusami, mi son fatto prendere dall’entusiasmo” le aveva detto lui vedendola turbata mentre si staccava dalla sua bocca.

Greta aveva iniziato a piangere, senza spiegare nulla.

Scusami, ho voglia di piangere…” mormorò senza guardarlo in faccia, vergognandosi di quell’emotività incontrollabile.

E allora piangi, che problema c’è?”

La strinse a sé, Greta appoggiò la testa sulla sua spalla e iniziò a piangere disperata, singhiozzando. Lui la tenne stretta a sé finchè non si fu calmata un po’, carezzandole la schiena in silenzio, poi la scostò da sé e la guardò dritto negli occhi.

Tu non devi scegliere tra lui e me. Risolvi prima i tuoi problemi con tuo marito, io posso anche aspettare.”

Poco dopo si salutarono affettuosamente, sotto il portone del palazzo. Prima di entrare in macchina, lei lo guardò con occhi pieni di malinconia. Pensava in quel momento che era meglio non vederlo mai più, lui le sorrise con un’espressione di vaga tristezza da cui Greta comprese che le aveva letto dentro.

E così passarono i giorni. Uno, due, tre, quattro, finchè al quinto lei non ce la faceva più: doveva dire a suo marito che non lo amava più, o meglio che era confusa e non sapeva più cosa avesse nel cuore. Non aveva nessuna intenzione di continuare quella tresca clandestina, non era da lei, e Alberto non se lo meritava. Si tormentava a casa e in ufficio senza riuscire a concentrarsi su niente, la mente offuscata dalla passione appena nata per Antonio e il senso di colpa che la divorava dentro. Si sentiva lacerata, spezzata in due tra la devozione verso il marito e il desiderio bruciante di rivedere l’amante e gettarsi tra le sue braccia. Amante, perché di amante si trattava, era inutile cercare di zittire la sua cattiva coscienza chiamandolo in un altro modo. Bisognava cacciare fuori gli attributi, chiamare le cose col loro nome.

Quella sera si guardò allo specchio, mentre si struccava prima di andare a dormire, e d’un tratto, tutto insieme, provò disgusto per se stessa.

Sei una stronza, ecco cosa sei. Abbi il coraggio di ammetterlo!”

La verità era che ciò che più desiderava al mondo in quel momento era farsi scopare da quell’uomo appena conosciuto, in tutte le posizioni e in tutti i modi; il rispetto verso suo marito passava in secondo piano, era il pensiero molesto che le impediva di vivere appieno e liberamente quella passione che sentiva crescere dentro ogni giorno di più, acuita dalla lontananza.

Greta si fermò ad osservare la sua immagine di fronte allo specchio del bagno: era una donna bella, dal volto vagamente angelico e i grandi occhi nocciola inquieti, sempre alla ricerca di qualcosa. Le emozioni, era quello che ricercava da sempre, e l’uomo conosciuto in chat riusciva a dargliene a volontà. Quando sentiva la sua voce al telefono ne restava ogni volta stregata, come se fosse la prima, e il contatto col suo corpo le aveva messo addosso un desiderio impossibile da spegnere. Un desiderio di possederlo ed essere posseduta da lui che nessun uomo le aveva mai fatto provare. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di risentire di nuovo la sua pelle sotto le dita, forse anche sacrificare il rispetto e la fedeltà coniugale.

Sorrise amara finendo di prepararsi per la notte.

In quel momento aveva capito una verità scomoda ma profonda su se stessa. Che preferiva la menzogna a una scomoda verità che poteva distruggere il suo matrimonio, e che era incapace, per egoismo, di fare scelte difficili in nome dell’onestà.

Si infilò nel letto in silenzio, anche quella volta non avrebbe detto niente a suo marito.

 

Io voglio stare con te, non riesco a starti lontana…”

Lo so, anche io, ma se prima non ti chiarisci le idee sul tuo matrimonio forse è meglio non vedersi…”

Perché?”

Perché se ci vediamo lo sai come va a finire… insomma, io quando ti vedo ho voglia di far l’amore con te!”

Anch’io… E quindi?”

E quindi non voglio forzarti a fare cose di cui poi potresti pentirti. Sei molto confusa in questo momento, è normale, un giorno ti disperi per tuo marito, un altro mi dici che vuoi stare con me… Evitiamo di fare cose che poi ti fanno sentire in colpa, no, Greta?”

Greta sospirò profondamente prima di rispondere.

Sapeva che Antonio in fondo aveva ragione, e apprezzava molto il rispetto che le stava dimostrando, eppure qualcosa in tutto quel discorso di un’ora e un quarto al cellulare non la convinceva.

Da quando gli aveva confessato di voler lasciare il marito e di avergli chiesto una pausa di riflessione – da sempre anticamera del benservito – Antonio non faceva che tirarsi indietro, quando invece lei si sarebbe aspettata invece un deciso balzo in avanti.

Erano passati già otto giorni dal loro terzo e ultimo incontro, che si era svolto stavolta in un caffè, onde evitare pericolose tentazioni. Nel frattempo Greta aveva rotto con Alberto, senza dargli spiegazioni credibili, ed era rimasta sola nel suo grande appartamento.

Erano stati giorni dolorosi, impastati di lacrime e rimorsi verso Alberto, ma dominati da un unico pensiero: Antonio, i suoi baci, il suo corpo, la sua insopportabile lontananza.

Se fino al loro ultimo incontro le era stato sempre vicino, con decine di messaggi, e-mail, telefonate fiume a tutte le ore del giorno e della notte, negli ultimi giorni questa presenza si era diradata.

Si sentivano una volta al giorno, ai messaggi che lei gli mandava nel corso della giornata Antonio rispondeva a uno su tre.

La motivazione che lui le dava era, oltre a pressanti impegni di lavoro, che la vedeva troppo confusa e instabile sui suoi sentimenti, così non voleva esporsi e buttarsi anima e corpo con una donna che avrebbe potuto farlo soffrire.

Tu non sei serena e non hai ancora le idee chiare su cosa vuoi fare della tua vita. Io non voglio essere un uomo di transizione tra tuo marito e il prossimo amore, voglio che tu sia convinta di quello che fai. Quindi, siccome non sai nemmeno tu che cosa vuoi, mi son tirato un attimo indietro per tutelarmi. Non vorrei innamorarmi, o invaghirmi di te, e poi restarci male perché tu non sei capace di vivere una nuova relazione, o scopri che ami ancora tuo marito. Io non dico di non vederci e non sentirci, ma solo di allentare un attimo e procedere con cautela, così quando tra un po’ di tempo sarai più serena con te stessa staremo anche meglio insieme.”

Allentare?! Cautela?! Ma di che diavolo stava parlando? A livello razionale quel discorso era ineccepibile, ma dov’erano finite le emozioni travolgenti, i sentimenti, dov’era finito l’uomo passionale e istintivo allo stato puro che aveva conosciuto?

Greta sentiva che si stava allontanando da lei, ogni giorno di più, sebbene lui la rassicurasse continuamente, e questo senso di distanza la rendeva ansiosa e irrequieta.

La solitudine le era piombata addosso col peso di un macigno, era già terribilmente doloroso dover fare i conti col fallimento del suo matrimonio, ma venire abbandonata da lui no, non avrebbe potuto sopportarlo. Il solo pensiero la rendeva così infelice da farle provare un dolore fisico, una fitta allo stomaco ogni volta che questa paura strisciante e bastarda la afferrava.

I discorsi di Antonio al telefono erano di un chiarezza cristallina, filavano perfettamente a livello razionale, insomma non facevano una piega. Eppure… eppure Greta non riusciva a credergli fino in fondo. Aveva una fottuta paura di essersi sbagliata, di aver messo la propria vita e la propria anima nelle mani di un uomo che forse non era disposto ad amarla davvero.

Va bene i dubbi, va bene il rispetto dei tempi dell’altro, ma lei avrebbe voluto un comportamento ben diverso. Avrebbe voluto che lui la prendesse in braccio e la portasse via, senza indugi, sul suo bianco destriero, da bravo cavaliere senza macchia e senza paura come lei lo vedeva.

Così, nella spasmodica attesa che lui finalmente si facesse rivedere per stringerla nuovamente tra le sue braccia, Greta trascorreva le sue giornate tra notti insonni, ansia, paure, caffè e sigarette, il cui numero era aumentato in modo esponenziale.

Un venerdì sera, il decimo giorno passato nell’inutile attesa di un appuntamento, Greta lo chiamò, decisa stavolta a litigarci senza mezzi termini e a chiarire le cose una volta per tutte.

Fece una decina di squilli. Nessuna risposta. Greta ripose il cellulare sul tavolino da fumo del living, sbuffando sonoramente e iniziando a camminare avanti e indietro per la stanza nel tentativo di smaltire l’agitazione.

Cinque minuti dopo comparve un messaggio di lui: Sono a cena con un cliente, ti chiamo dopo!

La cosa la rassicurò un poco. Decise di rilassarsi sul divano guardando un dvd, mentre il sonno la incalzava feroce.

Tra un cedimento di palpebra e l’altro, si fecero le ventitre, e Antonio non l’aveva ancora chiamata. Stremata dalla stanchezza e dal malumore, decise di mandargli un messaggio di commiato, ma non potè trattenersi dall’esprimere la voglia incontenibile che aveva di stare con lui.

Lascia perdere, ci sentiamo domani. Vado a letto. Bonne nuit. PS Avevo voglia di vederti, anche solo per stringerti a me…

Poco dopo, inaspettatamente, mentre già si stava infilando nel letto:

E allora perché non lo fai? Io sto tornando a casa adesso…

La frase la fece sussultare, lasciandola di stucco. Erano le undici e mezza di sera, aveva bevuto due birre per rilassarsi, in più appena ingurgitato due Xanax per conciliare il sonno: insomma, non era proprio cosa andare a casa di lui a quell’ora e in quelle condizioni. E poi perché doveva muoversi lei? Ora che suo marito viveva altrove il problema non si poneva più sul luogo degli incontri. Però, c’era da dire che Antonio era reduce da una intensa giornata di lavoro passata fuori Firenze, ci poteva stare non avesse voglia di muoversi.

Non ci pensò due volte: rispose a lui con un messaggio di conferma, scattò in piedi e si liberò del pigiama con gesti frenetici. Quindi, dopo essersi restaurata alla bell’ e meglio, per coprire le occhiaie e il pallore del volto sciupato, prese borsa, chiavi e cellulare e partì a razzo in direzione Campo di Marte.

Quando arrivò sotto casa di Antonio il cuore le esplodeva nel petto, le gambe tremanti a stento la sostenevano mentre a passi lenti ad uno ad uno saliva i pochi scalini che la separavano dal primo piano.

La porta era accostata, lui appena la sentì arrivare la spalancò accogliendola con uno sguardo malizioso.

Scusi, ma che le sembra l’ora di venire a bussare alla gente?”

Greta gli sorrise levandosi il cappotto.

Certo che sei proprio imprevedibile tu, nel bene e nel male…”

E beh, è il bello suo” le rispose sornione.

Lui richiuse la porta alle sue spalle, sedettero sugli sgabelli posti di fronte al bancone della cucina ad isola, fumando insieme una sigaretta.

Hai l’aria sciupata. Sei stanco?” disse lei notando il suo volto tirato.

Abbastanza, è stata una settimana pesante.”

Lui sorrise stancamente, avvicinandosi a Greta, che era ancora intenta a finire la sua Marlboro, e d’improvviso lei si sentì cingere le spalle.

Il respiro le divenne pesante sentendo il suo tocco, lui le scostò con delicatezza i lunghi capelli dalla nuca e iniziò a percorrerle il collo con la bocca, una cosa che sapeva la faceva impazzire.

Greta sentiva il suo respiro caldo sul collo e le sue mani che scendevano lungo il seno fino alle cosce, mentre un’esplosione di calore le saliva dalle viscere al cervello.

Voltò la testa verso di lui, cercando le sue labbra. Lui la afferrò per i capelli, con forza ma senza farle male, spingendola all’indietro, lei pensò Che meraviglia. Si avvinghiarono in un bacio profondo che sembrava non finire mai, levandosi i vestiti con gesti impazienti.

D’un tratto Antonio la sollevò da terra prendendola in braccio, e proseguendo a baciarla la trasportò sul tavolo di vetro del soggiorno. Greta si distese completamente, allargando le gambe per accogliere la sua bocca vogliosa di assaporarla.

Dopo un po’ lui la fece girare su un fianco, passando la sua lingua avidamente in ogni fessura. La realtà non esisteva più, lei si trovava in un’altra dimensione che non voleva più abbandonare. Quando il piacere la lasciò, cercò con le mani il corpo di lui, facendolo avvicinare a sé, lui capendo cosa voleva fare le spinse il membro contro la bocca. Greta ne assaporò il gusto per un po’, godendo del piacere che gli procurava, e poco dopo Antonio si scostò da lei.

“Io ho voglia di entrarti dentro, è una cosa brutta questa?” disse guardandola con occhi torbidi di desiderio. Lei scosse la testa, fissandolo intensamente.

Si allungò di nuovo felina sul tavolo freddo, intrecciando le anche intorno al suo bacino e allungando le braccia all’indietro, che lui afferrò tenendola ferma per i polsi mentre la penetrava con foga.

Si guardarono negli occhi per tutta la durata dell’amplesso, nel silenzio della notte solo i loro respiri e il cigolio del tavolo che si muoveva sotto i loro corpi.

Quando quel delirio dei sensi ebbe fine, erano quasi le quattro del mattino.

Si va a letto così? Ho voglia di sentire il tuo corpo” le disse notando che lei stava rivestendo la sua nudità. Greta lo accontentò, colpita dalla sensualità che lui riusciva a esternare in ogni semplice gesto.

Crollarono sul letto sfiniti, tenendosi per mano, poi lui le voltò le spalle vinto dal sonno, lasciandola in balia dei suoi mille pensieri.

Lunabionda

Nessun maggior dolore che…

Nessun maggior dolore che ricordarsi dei tempi felici ne la miseria (Dante, Inferno, Canto V)

E poi silenzio all’improvviso

c’è tutto il mondo sul tuo viso

col mare mosso dal sorriso

e tu mi leggi nel pensiero

sulle labbra e nel pensiero

E io non penso a cosa penso

la tua presenza è il solo senso

in questo mondo di silenzio

e tu mi leggi nel pensiero

sulle labbra e nel pensiero

E ho le mani che non sanno

precisamente cosa fanno

vanno e non so se torneranno

e tu mi leggi nel pensiero

sulle labbra e nel pensiero

E ti sento respirare

come se non lo sapessi fare

e stiamo per dimenticare

tutto quello che non era amore

e sembra che mai

non siamo stati amati mai

E voglio solo sperperare

e dissiparmi e consumare

e come l’acqua riversare

e tu mi leggi nel pensiero

sulle labbra e nel pensiero

E ti sento ritornare

dopo che ti sei lasciata andare

e quasi ti fa disperare

la sfrenata quantità d’amore

sembra che mai

non siamo stati amati mai

E nel mio corpo corre il cuore

il cuore corre e vuole uscire

e vuole uscire dal mio cuore

e tu ti espandi nel pensiero

sulle labbra e nel pensiero

tu prendi il posto del pensiero

sulle labbra e nel pensiero

e scoppia il cuore nel pensiero

sulle labbra e nel pensiero

Riccardo Cocciante