Una torrida estate

Prologo e primo capitolo di un racconto lungo da me scritto alcuni anni fa, tra letteratura e vita. Grazie, come sempre, a chi vorrà leggere.

Le note languide di una canzone cubana si propagavano in sottofondo attraverso la parete. Ritmo lento, parole intrise di dolce malinconia, echi di terre lontane si mischiavano all’afa del pomeriggio fiorentino. Greta ascoltava le note suadenti che parlavano di amori passionali e miseria fissando ancora il soffitto della camera. Il ventilatore, nella penombra della stanza da letto, riecheggiava uno scenario esotico che per un attimo la proiettò direttamente sulle bianche spiagge caraibiche. Le sembrava quasi di udire anche il rumore dell’oceano sul lungomare dell’Havana. O forse quello non era che l’effetto del bagno di piacere da cui era appena riemersa.

Già te ne vai?”

Si, stasera ho una cena e prima ne approfitto per fare un salto in piscina a fare una nuotata.”

Si voltò sul fianco a guardarlo mentre si rivestiva. Ancora una volta pensò che non era bello, non era mai stato neppure il suo tipo, in verità. Osservava il suo corpo poderoso, le dita tozze alle prese con i bottoni della candida camicia griffata, e pensava che non era il suo tipo. Eppure non poteva fare a meno di lui. Rimase a guardarlo mentre finiva di rivestirsi e usciva dalla stanza a passi decisi. Non uno sguardo, non una carezza. Come sempre. Sprofondavano l’uno nel corpo dell’altra ma subito dopo tornavano ad essere come due estranei, o meglio due conoscenti che poco hanno da spartire.

E anche stavolta va così. Ognuno tornerà alla sua vita come se nulla fosse successo.

Pensando a questo Greta si alzò lentamente dal letto, ancora umido di sudore e di umori, contemplò per un istante la sua nudità, dinanzi allo specchio che campeggiava proprio di fronte al letto. Lui lo aveva messo lì, lo specchio barocco grande quasi quanto l’intera parete, per rimirarsi mentre possedeva la donna di turno. O almeno questo Greta aveva sempre pensato. Fin dalla prima volta che l’aveva visto, quello specchio. Era passato quasi un anno ormai, ma a lei sembrava una vita fa.

Me ne vado. Tolgo il disturbo.”

Lui la guardò con aria vagamente perplessa sulla soglia della porta.

No, ma che disturbo! Rimani ancora se vuoi, non vado via subito.”

Il solito paraculo. E ti pareva che per una volta chiamava le cose col loro nome, ipocrita stronzo!

Ma no, preferisco andare. Ne approfitto anch’io per sistemare un po’ di cose a casa prima di cena” rispose in tono neutro, finendo di allacciarsi i sandali alle caviglie.

Allora ciao… Ci sentiamo” gli disse quasi in un sussurro, lui accennò un sorriso. Un sorriso su quella faccia da schiaffi che avrebbe voluto spaccargli con un solo fendente. Era sempre così. La rabbia che le suscitava era direttamente proporzionale al desiderio che aveva di lui. Gli cinse la nuca con le mani, e infilando le dita tra i suoi capelli folti lo baciò con passione. Un bacio non abbastanza lungo quanto il tempo che, probabilmente, avrebbe dovuto passare senza di lui. Non avrebbe voluto più staccarsi dalla sua bocca, mai più. Stringendolo a sé assaporò per gli ultimi istanti il contatto col suo corpo caldo e vigoroso, voleva stampare nella mente quella sensazione intensa che provava ogni volta. Passione e nostalgia in una mistura letale. Ogni volta faticava a staccarsi dal suo corpo, quasi fosse una calamita. Era ancora lì con lui e già sentiva quell’odioso senso di mancanza che conosceva bene. Avrebbe voluto dirgli che non poteva fare a meno di lui, che tutte le sere si addormentava desiderando di farci l’amore, che passava le settimane divorata dal desiderio. Di ascoltare il rumore del suo respiro, il suono della sua voce, di sentire l’odore della sua pelle e la morbidezza dei suoi capelli fra le dita. Avrebbe voluto dirgli che forse lo amava, o forse no, ma di certo viveva in funzione di lui. Invece si limitò a sorridere lievemente e a dirgli di nuovo ciao.

Ciao Greta.”

Gli voltò le spalle e iniziò a scendere le scale a passi rapidi. Le lacrime le scendevano a tradimento lungo le guance, senza che potesse trattenerle.

Basta. E’ l’ultima volta, questa è l’ultima volta che lo vedo. Addio, Antonio.

Lunabionda

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