Tramontata è la Luna

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Tramontata è la luna

e le Pleiadi a mezzo della notte;

anche giovinezza già dilegua,

e ora nel mio letto resto sola.

Saffo

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Come una sedia abbandonata all’indietro

nude

Era freddo
imprevedibile quel giorno che ci evitò
i confessionali e queste crisi di nervi irreparabili
come l’ultimo atto di una tragedia

ora il vento raggiunge la tracciabilità
del sudore in un canneto che sgretola
la gola nel rigurgito erotico
di un nome
scomodo come una sedia
abbandonata all’indietro

Sylvia Pallaracci

Sconsacrazione

312596Da un presentimento
inizi a sotterrarti
in questa finestra sospesa
sul vuoto
il sudore ti cola verde
d’erba smantellata a suon di fuochi
inesorabile ti pietrifichi
come i rovi perfettamente nudi
nel loro palmo d’ombra
nulla di te rimane più
evidente dei falli delle statue e delle tombe innalzate
a rivendicarti l’uomo
e prima che la terra screpi e un qualche iddio rimbecchi
la tua miseria
mi allunghi le braccia
che sono nata per vivere
solo di questo
assalto di disperazione che ti ricurva
le unghie dentro cui urlo come una folla
di morti mentre bruci
la tua Chiesa.

Sylvia Pallaracci

Amor, c’ha nullo amato amar perdona

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Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Inferno, canto V
Ph Laura Makabresku

Senza te

Che non si muore per amore
è una gran bella verità
perciò dolcissimo mio amore
ecco quello, quello che da domani
mi accadrà
Io vivrò senza te
anche se ancora non so
come io vivrò
Senza te, io senza te
sola continuerò e dormirò
mi sveglierò, camminerò
lavorerò, qualche cosa farò
qualche cosa farò, si, qualche cosa farò
qualche cosa di sicuro io farò: piangerò
si io piangerò
E se ritorni nella mente
basta pensare che non ci sei
che sto soffrendo inutilmente
perchè so, io lo so, io so che non tornerai
Senza te, io senza te
solo continuerò
e dormirò, mi sveglierò
camminerò, lavorerò
qualche cosa farò qualche cosa farò
si qualche cosa di sicuro io farò,
piangerò, io piangerò

Mi sento morire, in te

farfalle

Mi sento morire, in te,
attraversato da spazi
che crescono, farfalle affamate che mi mangiano.
Chiudo gli occhi e mi tendo nella tua memoria, appena vivo,
con le labbra aperte dove risale il fiume della dimenticanza.
E tu, con delicate pinze di pazienza mi strappi
i denti, le ciglia, mi denudi
del trifoglio della voce, dell’ombra del desiderio,
vai aprendo in mio nome finestre allo spazio
e fori azzurri nel mio petto
da cui le estati fuggono lamentandosi.
Trasparente, affilato, intessuto d’aria
fluttuo nel dormiveglia, e ancora
dico il tuo nome e ti sveglio d’angoscia.
Però tu ti sforzi e mi dimentichi,
già sono appena la liquida bolla dell’aria
che ti riflette, che distruggerai
con un solo palpebrìo.


Julio Cortázar

Ph Laura Makabresku

D’amore e di follia

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Dino,
ho una grande malinconia, un grande amore, una parola, non so quale, da dire.
Non so quel che la vita vuole da me. Se debbo resistere in questa solitudine, in questa preghiera d’ogni istante: rinunciare a rivederti, restare per sempre con questo sapore di terra in bocca; salvarti con la mia rinuncia, col farmi amare da lontano. Aspettare la morte, quant’anni, Dio mio?
O venire, con tutta l’umiltà del mio cuore che vuoi piangere e che vuoi cantare. Che non sa nulla, di là dalla gioia di ritrovarti. Che tu rinnegherai, calpesterai ancora, e continuerà ad amarti, così…
Dino. E sentirmi chiamare per nome.

Sibilla Aleramo

Dire l’indicibile

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Il dolore è un topo

sceglie l’intercapedine nel petto

per timido nido

ed elude la caccia

Il dolore è un ladro

rapido nel trasalire

tende l’orecchio

per cogliere un suono

di quel vasto buio

che ha trascinato la sua vita

indietro

Il dolore è un giocoliere

ardito nell’esibirsi

perché se esita

l’occhio per di lì

non colga i suoi lividi

siano uno o tre

Il dolore è un buongustaio

moderato nel lusso

Il dolore migliore non ha lingua

prima che parli

bruciatelo in piazza

le sue ceneri

lo faranno forse

se rifiutano

come sapere

ormai nemmeno la tortura

ne caverebbe una sillaba.

Emily Dickinson