Scarlatto

Mi è morta dentro

la tua dolcezza,

simile a un fiore mal nato

che marcisce.

Irrompi ancora nel mio buio

quando ogni altra luce

si spegne,

una cascata di rosso scarlatto –

il sangue che mi hai tolto

quando te ne sei andato via.

Lunabionda (A.)

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Sospensione

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Questo incrociarsi di lettere deve cessare, Milena, ci fanno impazzire, non si ricorda che cosa si è scritto, a che cosa si riceve risposta e, comunque sia, si trema sempre.

Franz Kafka

Leggero

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Leggero,

fino all’osso

mi scendi e mi risali,

un’espansione di fiori all’infinito

mi trabocca

dal rumore perfetto della carne

ad oleare

l’ingranaggio rotto dei pensieri.

Si ferma il mondo

tra il respiro e i muscoli,

entro il silenzio e il battito.

Lunabionda (A.)

 

In cima al giardino di ghiaccio

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Per tutti gli amori incompiuti.

Para ti, bailarino.

A.

Gridi
nella notte che fa ora vicino a te
quanti baci ho dato che non riconosco più
gridi
quel bacio forte li butta tutti giù
e vedo la neve vicino al buio
dove sei non so
ovunque andrò
io non lo so più
a volte mi sembra tutto un giardino di ghiaccio

guarda quelle nuvole che scendono

nella curva della spiaggia ti ci porto io.

Stella verrà

pietra brillante di sole

io sarò con te una febbre di luce

stella verrà

calda verrà

una luce calda sarà

di ghiaccio e di estasi

mi sento battere il cuore

in cima al giardino di ghiaccio.

Gianna Nannini

Nella carne

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Un vecchio brano scritto molto tempo fa. Dedicato alla vecchia me che non c’è più, al Mr Big che non c’è più da secoli, e che forse non è mai esistito. All’amore indomabile e indicibile, che comunque e per chiunque si manifesti, esiste e si prova sulla pelle.

A.

Ho corso nella notte, avvolta nella calda oscurità.

Non c’era la luna a indicarmi la strada, ma solo il guizzo dei tuoi occhi.

Lo vedo ancora, la notte, perché di giorno seppellisco il tuo pensiero in un cassetto della mente. Un cassetto che mi piace riaprire solo ogni tanto, per sbirciare, e poi richiuderlo con la pesantezza di una pietra tombale. Si riapre da sé, quel cassetto, insolente e irritante come un rubinetto rotto che perde goccia a goccia. Io non voglio guardarci dentro, non voglio ricordare nulla, né rimpiangerti, è solo che la notte ti insinui nel mio sonno, quando sono più autentica e indifesa.

Ho corso nella notte, guidata solo dall’istinto dell’animale irrequieto, zittendo ogni altra voce che non fosse quella del mio più profondo desiderio. La strada era buia, tagliavo le curve dei miei sentieri di campagna, contando i minuti che mi separavano da te.

Chissà cosa mi avresti detto, che colore avrebbero avuto i tuoi occhi sempre cangianti, sempre vivi, sempre tristi. Chissà se mi avresti preso la mano o mi avresti tenuto a distanza come sempre, ostentando freddezza e disincanto. Chissà se avrei avuto il coraggio di cingerti il collo con le braccia saltando sulle tue ginocchia, come accadeva nelle mie fantasie.

E ora, finalmente, sono qui. Così vicina, così lontana, ma se allunghi la mano puoi toccarmi. Ti vedo da lontano, appoggiato alla tua macchina.

Mi guardi e abbozzi un sorriso, io invece sorrido radiosa, il mio passo è deciso. Nascondo il martellare dei battiti che mi sta spaccando le tempie, fingo a me stessa di non sentire le mie gambe molli come burro. E ho paura, perché anche il cuore si trasforma in materia burrosa e informe, in cui tu potresti tranquillamente affondare la tua lama fino in fondo. Potresti farmi a pezzi, chissà se lo farai? Non so cosa ti passi per la testa, come sempre sai essere indecifrabile (o forse davvero indifferente?).

Mi viene quasi voglia di prenderti a schiaffi, quando vedo quella tua espressione strafottente e indecifrabile. Mi viene quasi voglia di afferrarti il viso tra le mani e di sbatterti selvaggiamente contro quel sedile.

Mi trovi bella e luminosa. Ti trovo bello, pieno di fascino e mistero come sempre, ma non te lo dico.

Parliamo del più e del meno, di banalità, ci raccontiamo brandelli di vita trascorsa in questi mesi, ma se non fosse per la luce che vedo vibrare nei tuoi occhi quando mi guardi, non farei nulla e rimarrei incastrata in questa finzione.

Invece, non lo faccio. Stavolta non mi fermo. Tu non farai niente se non lo faccio io.

Ho paura ma non mi manca il coraggio, né la lucida follia. Ti guardo dritto negli occhi e non distolgo lo sguardo. Non lo fai nemmeno tu.

E poi, senza sapere come né quando, accade.

La tua mano danza di nuovo nella mia. La guardo ipnotizzata. Mi è sempre piaciuta, la tua mano. Il tuo respiro sul collo, la tua voce all’orecchio, la tua bocca che sa ancora di vaniglia e di salsedine, l’odore della tua pelle che stordisce come un fiore carnale.

Si ferma il tempo, scompaiono case, persone, vita, ricordi, luoghi percorsi o solo immaginati. Scompare tutto, inghiottito nel buco nero di un sacro-perverso desiderio.

Ci siamo solo noi, ed io mi scopro ancora sconfinata oltre la mia stessa profondità, infinita oltre la cavità profonda del mio ventre. Prima di conoscerti non sapevo che potesse esistere una tale profondità, sconvolgente e sublime. E mi faccio urgenza d’infinito, spasimo di carne nell’eterno, di eterno nella carne. Tempo e spazio smisurati per contenere ciò che di te non si contiene.

Sono di nuovo io, completa e ricomposta in tutte le mie tessere spezzate, che solo tu sai ricomporre. Donna, bambina, femmina, carnale, spirituale, pura, perversa, santa e puttana.

Non so cosa succederà domani, ma oggi, adesso, in questo istante, io sono solo un soffio di eternità che precipita, infinito, nella carne.

Suona una salsa, in sottofondo, e dice:

Que serà de mi si tu te vas, no lo puedo imaginar,

Si tu te vas, ensename a vivir si ti.

Que serà de mi sin las caricias de tus manos.

Ma noi non l’abbiamo mai percorsa quella strada, perché tu te ne sei andato. E io me ne sono andata.

Imparo da sola como vivir sin ti.

Lunabionda (A.)

Sette giorni

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Sette giorni

ancora

per sfrangiarmi la carne d’anima

e l’anima di carne

sette giorni

per soffocare la domanda

all’ombra dei capelli

sette giorni

per spogliarmi nuda

di tutte le risposte

e annegare il tuo demone

nel lago fondo

di un’eterna inutile follia.

Lunabionda (A.)

Che cos’ è l’amor?

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Frammento di un brano scritto più di un anno fa, che racchiude una visione, un modo di sentire e di vivere l’amore. Perché non è vero che l’amore decantato dai poeti è uguale per tutti, ognuno lo sente a modo suo, con buona pace dei benpensanti. Questo è il modo di Lunabionda, che si augura di poter vivere ancora una volta nella vita, un amore così.

Lo guarda e sa che si dannerà l’anima per sprofondare ancora nel suo abbraccio, sa che la prossima volta lo guarderà senza dire niente, sa che lo stringerà a sé con la smania di un condannato a morte che vuol dire l’ultima preghiera.

Per dirgli in un sussurro, che non c’è niente al mondo che si paragoni a lui.

Per dirgli che il suo odore le è rimasto dentro, non lo cancellerà l’acqua né il sapone, e da dentro continuerà ad effondere il suo profumo ovunque.

Per dirgli che le parole di dolcezza e dannazione che le ha sussurrato all’orecchio le rimarranno incise, nella carne, marchio invisibile scritto con il sangue.

Per dirgli che lo ama ancora, senza sapere come, né quando, né perché.

Per dirgli che lui raddoppia la luce del mattino, lui è fuoco che consuma.

La sua debolezza indecente, lo specchio della sua solitudine.

Lui è la vita che le grida dentro.

Lui è la morte che le bussa sotto il letto, la notte.

Lui è carne della sua carne.

Su precioso, su amor, su vida.

Lunabionda (A.)