Nostalgie

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Ha nostalgia di un essere umano che ha toccato la sua vita

là dove nessun altro è mai arrivato.

David Grossman

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El payaso del salòn

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“Senza di te mi sono trasformato in un buffone,

il pagliaccio del salòn”.

Ed è per questo che ho vinto.

Dopo anni vissuti prostrata ai suoi piedi

di vincitore arrogante e capriccioso

come un cane ubbidiente tenuto al guinzaglio dal padrone

infine ho vinto io, il cane.

E lui, ridotto a un buffone, el payaso del salòn,

avrà compreso bene quanto la vita toglie

quando cercherà il mio sguardo mentre io, non sono più quella di prima.

Perché io ho vinto.

A.

Sin ti me he convertido en un bufón
El payaso del salón

Aquí hay soledad en mi habitación
Pongo cuadros sin color
De Mona Lisa que dejaste

Crónica de una muerte anunciada
Sin ti mi vida no conduce a nada.

Senza di te mi sono trasformato in un buffone,

il pagliaccio del salòn,

qui in casa solo solitudine

dipingo quadri senza colore

della Monna Lisa che lasciasti.

Anime perse

A un certo momento della vita bisogna capire che accanirsi a voler salvare chi non vuole essere salvato, è tempo perso.

Lasciare nel buio chi non vuole la luce, abbandonare per strada tutte le persone che non sono state capaci di amarci e di farci star bene.

E tu, che del mio vecchio passato sei solo ora un mucchio di polvere, tu che sei l’esempio perfetto di questa triste verità, chissà se l’avrai mai capito quanto e come hai perso.

Perdendo qualcosa di vero e scintillante, una boccata d’aria pulita, la tua parte più bella uscita dal tuo male, ma soprattutto perdendo l’occasione di essere un uomo migliore.

L’uomo migliore che avresti potuto essere con me, o tramite me.

Non sento più dolore né nostalgia, ma solo pena per quell’uomo migliore che hai ricacciato in fondo alla tua dannazione.

E come un dannato, un’anima in pena sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno che sarà solo effimero, un uomo solo che si nasconde la propria miseria, non trovi mai pace perché sai che il male te lo porti dentro e che non sei in grado di amare.

Vorrei dirti: fa’ qualcosa, ti prego, di costruttivo per te stesso, non ma non sapresti ascoltare.

E come accade nel Ritratto di Dorian Gray, la tua bellezza sfiorisce anno dopo anno, mese dopo mese, la tua brillantezza s’incupisce, sei solo l’avanzo di quello che conoscevo, un estraneo che fa quasi paura e inquietudine. Perché il male che ti porti dentro ti divora e si riversa all’esterno.

Il fuori diventa il dentro, mentre io assisto da spettatrice curiosa e impotente alla deriva della tua anima dannata.

E provo pena, per te e per tutti quelli come te. Tutti gli incapaci di amare e di scegliere di essere uomini migliori, o semplicemente, UOMINI.

A.

 

 

 

Il lento potere dell’addio

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Così come ogni volta

è lento il potere dell’addio,

ci ritroviamo a divorarci la carne

avidi come animali affamati

con la disperazione del condannato a morte

che sente il cappio già stretto intorno al collo.

Non voglio vedere l’alba di domani,

voglio solo il tuo respiro nella bocca

i tuoi capelli nel viso

le tue mani diverse da tutte le altre

che sanno sempre trovare la via

per spalancarmi tutto

e solo te

“nei miei pensieri

nella mia bocca

nel mio cuore

nelle mie urine

nella mia follia

nella saliva

nella carta

nell’eclisse”.

A.

Lettere appassionate

Nella saliva
nella carta
nell’eclisse.
In tutte le linee
in tutti i colori
in tutti i boccali
nel mio petto
fuori, dentro
nel calamaio – nelle difficoltà a scrivere
nello stupore dei miei occhi
nelle ultime lune del sole
(il sole non ha lune) in tutto.
Dire “in tutto” è stupido e magnifico.

Diego nelle mie urine, Diego nella mia bocca
nel mio cuore, nella mia follia, nel mio sogno
nella carta assorbente, nella punta della penna
nelle matite, nei paesaggi, nel cibo, nel metallo

nelle malattie, nelle rotture, nei suoi pretesti
nei suoi occhi, nella sua bocca,
nelle sue menzogne.

Frida Kahlo

Senza titolo

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Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
così io adesso voglio essere scordata.

Anna Achmatova

La solitudine è una brutta malattia.
Ti rende fragile ed esposto ai guasti della vita.
Così nel tempo sono stata il divertimento di poche ore, la donna di scorta, l’involucro attraente da conquistare, la non amata, la poco amata, la ripudiata, l’abbandonata.
La ballerina solare con l’animo incupito, la seduttrice con le idee romantiche, l’Ofelia lasciata dentro il fiume senza misericordia.
Ho incontrato sciacalli pronti a buttarsi sulla mia carcassa di donna ferita in cerca d’amore, ho udito parole zoppicanti e stentate da presunti amori svaniti in un istante.
Anch’io ho sbagliato, ed ho ferito, ma tutti i miei sbagli li ho sempre pagati e caro prezzo.
E infine dopo tutto questo eterno vagare, col cuore spezzato che ogni volta ha riprovato a crederci nella vita e nell’amore con tutte le sue cicatrici invisibili, perché altrimenti si smette di vivere, adesso sono stanca.
Sono stufa delle fedi minime, degli egoismi, degli opportunismi, sono stanca di dover capire e compatire gli sbagli degli altri. E di me, chi ce l’ha la comprensione e la misericordia? Non mi interessano più i motivi, gli alibi patetici sentiti a ripetizione, le scusanti dell’immaturità, del non credevo che, del non l’ho fatto apposta, le comodità del restiamo amici e dell’ un po’ mi manchi: francamente me ne sbatto. Me ne infischio, me ne stracatafotto.
Coi sentimenti non si scherza, col cuore aperto non si gioca alla roulette russa.
Voglio solo scordare ed essere scordata.
Preferisco la mia solitudine: quella almeno non tradisce mai.
A.