Inverno

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Sei fragile, amor mio,

come un tenero fiore d’inverno

sbattuto da tempesta.

Interroghi indovini

per trovarti il senso

e ricerchi invano

la luna nel pozzo,

come un viandante arreso dalla sete

per troppo cercare

nel deserto sterminato

dell’anima tua.

Lunabionda

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Ti ho visto

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Ti ho visto,

mentre cadevo nell’abisso

appesa a un filo,

persa tra venditori di polvere

e paludi stagnanti di dolore.

Tagliavi la notte con la tua lama d’argento,

semplice e puro

come il respiro dell’alba,

una carezza d’aria e fuoco

nella profondità del buio.

Ora cammino tra campi

fioriti di rugiada

nel primo mattino,

mi sbocciano giacinti tra le dita

e intreccio trame di sogni

tra i tuoi capelli sparsi

sul guanciale.

Lunabionda

Germogli d’inverno

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Dedicata a te, che hai riaperto la mia gabbia e mi fai germogliare come un rametto di marzo, in pieno inverno.

A.

Non è facile dire il cambiamento che operasti.

Se adesso sono viva, allora ero morta anche se, come una pietra, non me ne curavo e me ne stavo dov’ero per abitudine.

Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no, e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio, di comprendere l’azzurro, o le stelle. Non fu questo.

Diciamo che ho dormito: un serpente mascherato da sasso nero tra i sassi neri nel bianco iato dell’inverno come i miei vicini, senza trarre alcun piacere dai milioni di guance perfettamente cesellate che si posavano a ogni istante per sciogliere la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime, angeli piangenti su nature spente, ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano. Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.

E io continuavo a dormire come un dito ripiegato. La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente, e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte pietre stolide e inespressive, io guardavo e non capivo.

Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi per riversarmi fuori come un liquido tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante.

Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante. Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.

La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.

Cominciai a germogliare come un rametto di marzo: un braccio e una gamba, un braccio, una gamba. Da pietra a nuvola, e così salii in alto.

Ora assomiglio a una specie di dio e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima pura come una lastra di ghiaccio.

E’ un dono.

Sylvia Plath