Dipinto

“Così diceva… se ne stava a guardarmi senza vedere quella tela grondante una disperazione inconsolabile come una crocifissione… diceva, e in fondo dice ancora… Ma io non sono più ‘una tela che gronda la disperazione’, eppure sempre appesa a un chiodo un pezzo di me resta, in attesa che il vento pietoso del perdono asciughi quella tela e ci porti entrambi via da quel tremendo quadro…”

A.

Dice che il mio nome è “Strega”

usa pennelli indemoniati

per inzupparmi

coi colori delle tenebre

dice che il mio nome è “Inganno”

mi disegna le labbra

sanguinanti

dei suoi baci

dice che il mio nome è “Illusione”

impasta le piaghe del cuore

col polverio di pelle

dice che il mio nome è “Disgrazia”

la figlia sgradita

di “Ossessione” e “Tormento”

poi

si scrolla di dosso

la cenere viva

delle defunta luce

dei miei occhi

e mi fissa beato

appesa a un chiodo

come la croce del castigo.

Sylvia Pallaracci

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Quelle tendine demodè

Il fruscio di quelle tendine demodè spostate a spalancarsi  su un mondo nuovo e fascinoso, le luci soffuse di una sala da ballo vecchio stile, le scarpe luccicanti delle donne, la gente che si dimenava al ritmo di vecchi guaguancòn sotto i miei occhi incantati di bambina che scopre il paese delle meraviglie. Il ballo, la passione, la musica nel sangue, il soffio di eterno nella carne, e sopra tutto e tutti, lui.

La sua bellezza, la pelle scura, gli occhi d’ambra dal colore indefinito e indefinibile come il suo carattere, il suo sorriso solare da tenera canaglia velato di tristezza e di un dolore oscuro, la sua camminata svagata e felina che lo faceva risaltare in mezzo al nulla.

Ma soprattutto quel sottile, misterioso dolore mischiato ad una luce intensa, che irretiva e incendiava come fiamma fatale.

Rivedo tutto e sento tutto, non piango ma sorrido, e se ci penso mi pare di sentire ancora nitido all’orecchio il fruscio di quelle tendine, e di vedere la sua mano magra nella mia, l’esatta forma delle vene, e quel suo strano anello hippie.

Indimenticato e indimenticabile. Per sempre, nonostante tutto.

Forse certi amori non muoiono mai veramente, restano in fondo alle sabbie del cuore, nascosti a tutti: non più fiamme fatali ma sempre, inspiegabilmente, amori.

Forse lui sarà sempre in qualche modo che non so e  che non sa, mi amor.

A.

Un anno fa

Un anno fa, precisamente un anno fa, lasciai la sicurezza di un uomo che mi amava e si disperava per gettarmi tra le braccia di quello che amavo.

Andai a cercarlo perché nonostante ci fossimo lasciati da molti mesi, io senza di lui non riuscivo a respirare. Lui era come un’eco di sirene nelle orecchie, un tarlo ficcato nella testa, un fuoco mai spento, un vento di nostalgia che soffiava sempre più forte.

Rinunciai a tutto, anche  a me stessa, per gettarmi nel fuoco: è rimasta solo cenere.

A volte, molte volte, vorrei essere ancora quella ragazza solare e romantica che amava raccogliere gli iris nei sentieri di campagna, in primavera, facendo sorridere quello che mi amava. Prima di scegliere la fiamma oscura che irretisce, incendia e poi distrugge tutto.

Ma non si può tornare indietro…

A.

Esplicitamente

Nel luglio altero, lui tenero audace,

sensualmente a me lanciava da là:

prima di sera io ti scopo. Ah.

Fra traffica di sguardi dove pace,

dove l’incompenetrabilità…
dove il tempo in quest’ombra…

Umidore, pare bacio di calore
su ammucchiarsi d’umano, alto m’accappia.

          O inverni e lirici slanci (con metodo).
Mi sale… mi scende… io come granata
esplosa, contusa, to’, che si sappia.

Patrizia Valduga

E’ solo un tremito…

         

E’ solo un tremito

di pelle e nervi

che rivolta la Luna a rovescio

e strappa i muri

il tuo saliscendi

nel cerchio infinito

delle voglie

a sciogliere la carne

in preda ai rovi.

E mi lascio sfinire

sorridendo,

 il cielo

si spalanca

 tra le cosce.

Lunabionda

Professione di fede

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Mi piaci quando odori, mia,
e nell’aprirti, folgorato
 bacio quella luce cupa.
Cieco, guidami.
Non sai con quale piacere
ti godo, spudorata.
Illuminami con i tuoi umidi segnali
e con quel toccamento, ferocemente
sensibile,
il cui profondo battito
è già il respiro del mondo.
  Juan Gustavo Cobo Borda

Vuoto e polvere

E’ da tanto che non scrivo, per vari motivi non ne sentivo il bisogno e mi sono dedicata ad altri interessi.
Ricomincio da una riflessione amara che è un po’ uno sfogo e un po’ un bilancio del passato, un passato che non muore mai fino in fondo. Perché tutte le volte che ti ci imbatti senza volerlo, non puoi dimenticare il dolore che ti ha spezzato in due, né perdonare la disumanità che hai ricevuto.
A volte mi domando come fanno certe persone a guardarsi allo specchio la mattina senza sputarsi in faccia da sole… Non mi abituerò mai al cinismo, alla faccia di bronzo di chi calpesta gli altri senza nessuna pietà, a chi vive di alibi per giustificare le proprie miserie, a chi ti ha visto piangere e strapparti l’anima senza battere ciglio, a chi ti ha messo in ginocchio solo per calpestarti meglio e sacrificarti sull’altare del suo sfrenato egoismo, a chi non conosce gratitudine né capacità di dare, ma solo di prendere, a chi vive di menzogne tanto da crederci, ai patetici teatranti, ai saltimbanchi sul viale del tramonto e con un piede nella fossa travestiti da grandi seduttori, che in realtà sono solo vuoto e polvere da lasciare sull’arido suolo, ai vigliacchi che si fanno forti delle debolezze altrui ma in realtà sono solo fuscelli che basta un soffio di vento per intimorirli, ai vampiri che ti succhiano l’anima per riempire il proprio deserto interiore, a chi è tornato infinite volte nella vita degli altri solo per completare i disastri già compiuti, a chi ti ha tolto la speranza  e la voglia di vivere e di credere che non tutto è fango, a chi non vale niente eppure si crede Dio tanto da giocare con le vite degli altri guardandoli dall’alto in basso.
Non mi abituerò mai alla mancanza di umanità, e meno male.
A.