Un canto come un fiume

Ora sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che c’è? Osservate il suo aspetto!
La morte lo ha coperto di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, inzuppato di lacrime di neve,
si riscalda sulla cima di pascoli taurini.

Che cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
Siamo con un corpo presente che si sfuma
con una forma chiara da usignoli
e la vedemmo riempirsi di buchi senza fondo.

Chi increspa il sudario? Non è vero quello che dice!
Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né spaventa il serpente:
qui non desidero altro che degli occhi rotondi
per vedere questo corpo senza possibile riposo.

Voglio vedere qui, gli uomini di voce dura!
Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:
gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano
con una bocca piena di sole e di sassi.

Qui, io voglio vederli! Davanti a questa pietra.
Davanti a questo corpo con le redini rotte.
Voglio che mi mostrino l’uscita
per questo capitano legato dalla morte.

Io voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
che abbia dolci nebbie e profonde rive,
per portar via il corpo di Ignazio e che si perda
senza ascoltare il doppio fiato dei tori.

F. Garcìa Lorca, Lamento per Ignacio

 

 

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Il coltello e la ferita

“Qualche anno fa il dottore era stato colpito da uno strano tipo di malattia. Si mise a sperimentare vari rimedi per tenerla a bada ma essa tornava in forme sempre più acute e alla fine… distillò due diverse sostanze e dopo averle provate ebbe la certezza di aver trovato la cura che però prese una forma che lui non si aspettava.”
“Quale forma?”
“Me. Ero io la cura.”
“Di che malattia si tratta?”
“Potrei definirla una frattura che mi ha lacerato l’anima… Qualcosa che mi ha lasciato dentro come un intenso desiderio di oblio.”
Era inevitabile. Fin dal momento in cui scoprii come ottenere ciò che avevo sempre desiderato: essere il coltello che ferisce e insieme la ferita.

Mary Reilly, da Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde

Autoritratti

Angela, Angela, angelo mio,

quando ti ho detto che voglio andarmene

volevo solo vederti piangere,

perchè mi piace farti soffrire.

Ma tu stasera invece di piangere

guardi il mio viso in un modo strano,

come se fosse ormai lontano.

Bilanci di vita

Al mio Heathcliff

Quando morirò voglio le tue mani sui miei occhi:
voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate
passino una volta ancora su di me la loro freschezza:
sentire la soavità che cambiò il mio destino.

Voglio che tu viva mentr’io, addormentato, t’attendo,
voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti
e che continui a calpestare l’arena che calpestammo.

Voglio che ciò che amo continui a esser vivo
e te amai e cantai sopra tutte le cose,
per questo continua a fiorire, fiorita,

perché raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,
perché la mia ombra passeggi per la tua chioma,
perché così conoscano la ragione del mio canto.

Pablo Neruda

Memories

 Gennaio 2016

“Sono stata una pazza.”
“Perché?”

“Ho vissuto e sprecato tante notti vicino a te senza conoscerti, senza sapere chi eri, senza capire chi eri.”

“E adesso che lo sai? Non ti faccio più paura, adesso?”

“No. Ti amo…”

“Decisamente, l’amore è cieco!”

“Che pensi?”

“Sei bella… Non è giusto… perché in cambio io posso solo offrirti questo mio corpo sciupato, e questo viso sfregiato.”

“Ma io non ho mai desiderato un uomo che fosse solo bello.”

“Comunque anche io sono stato pazzo, a tacere…”

“A tacere che cosa?”

“Che ti amavo.”

Cit. Angélique

Se potessi

Se potessi, amore mio,

vorrei essere un grand’uomo

saperti amare come una regina,

ma purtroppo, sono quel che sono.

Se potessi, amore mio,

per non sciupare questa tua vita

dovrei andarmene e dirti addio,

ma purtroppo, non sono buono.

Ma purtroppo, non sono buona.

 

 

 

Come foglie

Il cuore muore di morte lenta, perdendo ogni speranza come foglie, finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza, non rimane nulla.

Lei si dipinge il viso per nascondere il viso; i suoi occhi sono acqua profonda.

 

da Memorie di una geisha

Ph Monia Merlo

Ma lui ormai dorme senza fine

Le campane d’arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
e la morte pose le uova nella ferita
alle cinque della sera.

La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.
Trombe di gigli per i verdi inguini
alle cinque della sera.

Ma lui ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.

 

F. Garcìa Lorca

L’egoismo non si basta mai

Sei dunque posseduto dal diavolo, per parlarmi così mentre sei in punto di morte? Non pensi che tutte queste parole resteranno impresse col fuoco nella mia mente, e mi tormenteranno in eterno, quando tu mi avrai lasciato? Tu sai  che non potrei mai dimenticarti, non più di quanto potrei dimenticare me stessa! Al tuo infernale egoismo non basta pensare che io soffrirò i tormenti dell’inferno, mentre tu riposerai in pace?

Emily Bronte