“Un piccolo” peccato

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In-decenza

Così vorrei, una notte,
quando suona l’ora dei piaceri,
avvicinarmi strisciando
ai tesori della tua persona

per punirti la carne piena di vita,
schiacciarti il seno, senza ira,
e nel tuo fianco stupefatto aprire
un’ampia e profonda ferita

e poi -vertigine dolcissima! – attraverso quelle labbra nuove,
più sconvolgenti e più belle,

infonderti
il mio veleno, sorella!

Baudelaire

Ai Poveri di spirito

 

Se ti rivivi, cosa ti correggi?
ebbene niente: sono riboccante di torturanti
rimorsi,
o donna mia: sono un’orripilante enciclopedia di cazzate incoglionate, di
semicriminali supergaffes:

e furono, i miei anni, un inimitabile campionario di irrimediabili
refusi
esistenziali:
ebbene, non ritoccherei una virgola sola, un puro punto solo: avrei
terrore
dell’effetto domino.

Ti modifichi un gesto, una parola: ti rifai, tanto per fare,
il nodo
alla cravatta: ma che dico? ti tagli via, da una narice, un giorno, un pelo
appena in più,
non altro: e ti giuochi un destino – il destino: et tout se tient.

Edoardo Sanguineti

Hiroshima mon amour

Io ti incontro e mi ricordo di te. Questa città era fatta su misura per l’amore. Tu eri fatto per il mio corpo. Chi sei? Tu mi uccidi. Tu mi fai del bene. Avevo fame: fame d’infedeltà, d’adulterio, di menzogne e di morte, da sempre. Sapevo che un giorno ci saremmo incontrati. Ti attendevo con una pazienza senza limiti, ma calma. Divorami: deformami a tua somiglianza, così che nessun altro, dopo te, capisca il perché di tanto desiderio. Resteremo soli, amor mio.

Tu mi uccidi. Tu mi fai del bene. Piangeremo la morte del giorno con coscienza e con buona volontà. Non avremo più niente altro da fare che piangere il giorno che muore. Passerà del tempo: tempo solamente. Il nome si cancellerà a poco a poco nella nostra memoria. Poi… sparirà del tutto.

Hiroshima mon amour

Nel mio regno

Tutto è lontano, la gioia e la malinconia

Ma ogni pensiero non ha più peso dell’aria

Che si confonde in me

Quando tutto è qui, quando tutto è fermo

Non chiedo pietà

Chiedo di lasciare che tutto passi

Perché non so più amare!

Io, scatto senza volo

Io, cuore senza amore

Io, re del mio silenzio

 

Worn out – Sfinita

Thy strong arms are around me, love

My head is on thy breast;

Low words of comfort come from thee

Yet my soul has no rest.

For I am but a starled thing

Nor can I ever be

Aught save a bird whose broken wing

Must fly away from thee.

I cannot give to thee the love

I gave so long ago,

The love that turned and struck me down

Amid the blinding snow.

I can but give a failing heart

And weary eyes of pain,

A fadel mouth that cannot smile

And may not laugh again.

Yet keep thine arms around me, love,

Until I fall to sleep;

Then leave me, saying no goodbye

Lest I make wake, and weep.

 

Le tue forti braccia sono attorno a me, amore,

il mio capo è sul tuo petto;

lievi parole di conforto vengono da te,

la mia anima ancora non trova pace.

Poiché non sono che una creatura atterrita

né altro mai sarò

salva un uccello, la cui ala spezzata

deve volare lontano da te.

Non posso darti l’amore

che ti davo molto tempo fa,

l’amore che si volse e che mi uccise

tra la neve accecante.

Non posso che donarti un cuore fragile

e occhi afflitti dal dolore

labbra avvizzite che non sanno sorridere

e non possono più farlo.

Tieni ancora le tue braccia attorno a me, amore,

fino a quando mi addormenterò;

poi abbandonami senza salutarmi,

affinché io non mi svegli, e pianga.

Elisabeth Siddal, Worn out

Un sogno lieve

E se pure è stato un sogno lieve
un bel sogno bianco come neve
Non andar via, via, via
Che se soffrissi solo per un sogno
vorrebbe dire che di te ho bisogno
eppure mentre scorri tra le dita
un sogno ormai diventa la tua vita
Non andar via, via, via

Ma ecco già sparisce il tuo bel viso
resta soltanto l’ombra di un sorriso
poi tutto si confonde nella mente
e non rimane niente, proprio niente

Quello che ho dentro, part 2

Non vi vedrò mai più nella mia stanza
con tutto l’ardore,
con tutto l’impeto
che mi dimostravate.
Mi sono illusa. I sentimenti che mi tenevano
la testa e il cuore
era solo il piacere a provocarveli
e finivano presto come finiva il piacere…
Avrei dovuto ragionare,
così soltanto avrei calmato l’eccesso della mia passione…
così soltanto avrei previsto i dolori che sto soffrendo.
Qualche volta vi dicevo
“mi renderete infelice”,
ma era un gioco, lo facevo
per essere rassicurata da voi,
e subito mi abbandonavo all’incanto
e alla malafede delle vostre profferte.
Anche adesso, che cosa credete?, io vedo chiaramente
il rimedio ai miei mali. Basterebbe non amarvi più
e sarei subito liberata!
Cosa dite?! Che questo dipende da me?
Sì, la vostra ironia non mi tocca, dipende da me
certamente, e posso dire che mai, neppure
per un solo momento, mi sono augurata
di non amarvi più!
Voi, voi siete più da compiangere che me,
voi, che vi divertite con queste idee,
voi che correte dietro ad amori
che non hanno sapore, vaghi fantasmi
vestiti che ricoprono il nulla,
dame di Francia la cui bellezza
è il nome, la cipria e la parrucca,
non come me
che vi amo profondamente
con tutto il mio essere
di sangue e di passione…
Non invidio la vostra indifferenza,
mi fate pietà!
lo sono più felice di voi,
non avrete pace
se vi accontenterete di piaceri imperfetti
dopo quanto io vi ho donato,
senza confronto nei pallidi amori
della vostra Parigi di morte…

Speravo che le mie lettere non vi fossero mai arrivate.
Così potevo immaginare le vostre reazioni
come volevo io, e siccome voi non rispondevate
vi credevo crudele, pensavo che lo facevate apposta
a non rispondermi.
Ora questa illusione è caduta.
Avete risposto. Come siete banale!
E sapete un’altra cosa?
La vostra banalità mi ha rivelato un segreto
che prima non conoscevo:
non è voi che amo, è la mia passione!
Il vostro comportamento ha reso odiosa la vostra persona,
ma la passione in me è rimasta, al di là della meschinità
che è in voi.
Ma come! Mi avete offerto amicizia,
sincera cordiale deferente amicizia:
ipocrita!
Così, non scrivetemi più: è un ordine,
ed è una supplica.
Questa lettera che vado scrivendo è l’ultima,
l’ultima che riceverete: ditemi di aver provato
un po’ di pena leggendola, vi crederò…
Ma no no, ecco che ricomincia questa storia
di compromissioni infinite,
ecco la lusinga diabolica che mette le sue spire
anche nel ragionamento puro dell’intelligenza:
non voglio, no, non voglio aver più nulla a che fare
con voi, con i vostri scritti, con le vostre false
profferte d’amore, con le vostre giustificazioni
ambigue, con le vostre arti di corruzione…
Quelli che adesso rimangono i dubbi dell’animo,
spero di trasformarli nel tempo in uno stato d’animo
tranquillo. Cercherò di non odiarvi, sarebbe provare
ancora troppo per voi.

Da Lettere di una monaca portoghese